“Io vado solo cercando storie”

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La scrittrice italiana.

Si comincia con l’anteprima di ChiassoLetteraria, quest’anno al suo ventesimo anniversario. Domenica 15 marzo alle 17 al Cinema Teatro di Chiasso (a ingresso gratuito) avrà luogo l’incontro con la scrittrice Nadia Terranova, fra le voci più rilevanti della narrativa italiana contemporanea. Moderatrice sarà Rachele Bianchi Porro, giornalista e conduttrice RSI. Classe 1978, nata a Messina, Nadia Terranova vive a Roma.

Ha esordito con i racconti, apparsi in diverse antologie. Per Einaudi ha pubblicato fra l’altro i romanzi Gli anni al contrario (2015) e Addio fantasmi (2018, finalista al Premio Strega). Nel 2012, ispirato alla vita dello scrittore Bruno Schulz, è uscito Bruno. Il bambino che imparò a volare. Il suo ultimo libro, Quello che so di te, lo scorso anno nella cinquina dello Strega, è apparso da Guanda. Collabora con diverse testate giornalistiche, tra cui Vanity Fair, dove dal 2021 cura una rubrica intitolata “Sirene”, dedicata a storie di donne contemporanee.
Nadia Terranova ha scritto e scrive sia libri per ragazzi sia romanzi per adulti. Cosa comporta questo frequente cambio di destinatario e di pubblico?
“Comporta semplicemente di indirizzare la propria ispirazione. A volte i protagonisti dei romanzi e dei racconti sono dei bambini ed è più ideale rivolgersi a loro e a volte sono invece adulti e quindi avviene viceversa”.

L’interesse dei ragazzi approda anche ai suoi romanzi classici?
“La vera difficoltà in questo momento è riuscire a far leggere i quarantenni e i cinquantenni. Almeno i ragazzi un po’ di interesse per la lettura lo hanno. È più frequente e sconfortante vedere gli adulti e i genitori attaccati al telefonino. I giovani non leggono i libri che noi “riconosciamo”, generi che noi possiamo a volte sentire lontani, poco letterari, come i fantasy, però leggono e sicuramente più degli adulti. Fanno riflessioni, io li incontro dopo la lettura di miei libri in progetti scolastici. Ci sono gruppi di lettura dei ragazzi che funzionano molto bene. I quarantenni-cinquantenni non sono nativi digitali e sono attratti dalle distrazioni telefoniche, trascorrono ore davanti ai dispositivi elettronici, sono sui social, su Facebook, dove invece i giovani non sono iscritti”.

Memoria, famiglia, assenza, identità, rapporto con le origini sono le caratteristiche ricorrenti della sua narrativa. Sono per lei, questi, temi imprescindibili?
“Io in realtà non penso mai ai temi. Io vado cercando storie. Io credo alle storie. Che sono quasi sempre ambientate in città di mare, torno spesso a considerare il mare come un soggetto attivo”.

Ha lasciato la sua natale Messina per vivere a Roma.
“Temporaneamente, sottolineamolo. Da vent’anni… (sorride). Come tutti i siciliani, prima o poi tornerò sull’isola. Comunque non l’ho mai abbandonata. Il mio è più che altro un andirivieni”.

Non si può insomma parlare di uno sradicamento o di un’emigrazione, seppure non in termini tecnici?
“No, non credo, perché farei un torto a chi invece emigra davvero per motivi di lavoro. Ho lasciato Messina dopo la laurea, più che altro per fare esperienze, per aprirmi a quelli che erano gli affetti allora, è stato il desiderio del viaggio, di cambiare aria. Però il mio legame con la Sicilia è rimasto sempre molto forte. Non mi sono mai sentita sradicata, le mie origini sono sempre state ben solide”.

Un’altra peculiarità della sua scrittura sono i rapporti madri-figlie. Un aspetto centrale anche nel suo ultimo romanzo Quello che so di te.
“Penso che i rapporti tra donne sono significanti, i modi in cui cambiano, le dinamiche, le relazioni tra donne, i punti di vista sia della madre sia della figlia. In Quello che so di te ci sono io in prima persona, e racconto la mia esperienza di maternità e quella della mia bisnonna, Venera, che nel 1928, cinquant’anni prima della riforma Basaglia, fu ricoverata per alcuni giorni nel manicomio Mandalari di Messina”.