
“C’è qualcosa che mi ha molto colpito nell’intervista. Ho l’impressione che ci siano state due omertà. Non soltanto sui fatti: questa persona aveva dei grossi problemi (…). C’era forse la possibilità di aiutarla. Erano segnali che, se raccolti, magari avrebbero potuto evitare, almeno in parte, le sofferenze delle vittime”. Queste le parole di Pierre Kahn, psicologo e psicoterapeuta di Mendrisio, noto per essere stato a lungo consulente degli studenti in difficoltà al Liceo di Mendrisio, oggi titolare di uno studio privato. Kahn è stato invitato lunedì 4 febbraio dalla RSI, insieme ad altri ospiti, a riflettere sulla vicenda dell’alto funzionario dello Stato, nel frattempo licenziato, giudicato la scorsa settimana e condannato in prima istanza per reati sessuali nei confronti di donne a lui vicine sul posto di lavoro. Nonostante le ripetute segnalazioni delle vittime riguardo alle molestie da loro subite, nessuno era intervenuto. E soltanto le denunce delle vittime, anni dopo, hanno portato il funzionario – noto ovunque in Ticino in quanto protagonista per molti decenni della politica giovanile condotta dal Cantone – in aula penale.
Durante la puntata settimanale di “60 minuti”, intitolata “Le molestie e i silenzi” sono stati trasmessi spezzoni di un’intervista, già passata al “Quotidiano”. Una ex collaboratrice del funzionario ha ricordato, nell’ambito di un comportamento non sempre gentile e corretto verso i collaboratori, un episodio in cui egli, chiuso nel suo ufficio, in stato alterato, dice, a un certo punto, di volerla fare finita.
“Mi sono riferito proprio a quelle parole, durante il dibattito di “60 minuti”, spiega Pierre Kahn a l’Informatore. “Se una persona che lavora con te, un tuo collega di scrivania o un tuo superiore si lamenta per qualche linea di febbre e il giorno dopo rimane a casa, è un conto; ma se lo senti piangere, disperarsi o minacciare, pronunciando frasi forti come quelle ricordate dalla persona intervistata, bisogna preoccuparsi: il collega non si sta lamentando del raffreddore!”.
Kahn non conosce gli atti istruttori del caso e non ha seguito il processo. Ma la testimonianza raccolta dalla RSI l’ha molto colpito. “Ciò che è accaduto dovrebbe insegnare un po’ a tutti, in un momento sociale di così forte individualismo, quanto sia importante ascoltare il malessere manifestato da chi ci sta vicino, in questo caso sul posto di lavoro, sia nelle pubbliche amministrazioni, sia nelle aziende, e occuparci di lui, cercando di capire se certi comportamenti non siano la spia di problemi che possono portare a gravi reati ai danni di altre persone”, conclude Pierre Kahn.







