
C’è chi è rientrato in anticipo dalle vacanze pur di non perdersi il match e chi ha scelto abiti rigorosamente neutrali per non far soffrire troppo il cuore. La sfida tra Svizzera e Colombia ha acceso Piazzale alla Valle a Mendrisio, diventato ormai il quartier generale del tifo rossocrociato. Ma oltre ai cori e alle maglie di ieri e di oggi, la piazza racconta una storia di accoglienza e passioni incrociate: quella di una comunità unita dallo sport, dove il sostegno alla selezione di Yakin diventa l’occasione perfetta per ritrovarsi all’insegna della sportività.
Passeggiando tra la folla a ridosso del fischio d’inizio, l’atmosfera che si respira è un misto di febbrile attesa e profonda commozione. Il calcio, in questo angolo di Mendrisiotto, dimostra ancora una volta di saper andare ben oltre i novanta minuti sul rettangolo verde, trasformandosi in uno specchio di storie di vita vissuta.
Sul posto abbiamo raccolto le emozioni a caldo dei presenti, incappando proprio in chi questa partita non l’ha vissuta come tutte le altre. “Ho il cuore diviso a metà”, ci racconta un ragazzo di origini colombiane che ha scelto di presentarsi al maxischermo indossando la maglia della Colombia, ma abbinandola a un cappellino con i colori rossocrociati.
Non è l’unico a trovarsi in bilico nell’eterna e bellissima lotta tra la testa e il cuore. Poco più in là, un’altra ragazza che ha preferito non schierarsi cromaticamente ci spiega la sua scelta: “La Svizzera ha accolto la mia famiglia e ormai fa parte del nostro cuore”, dice con un sorriso, giustificando quegli abiti neutrali scelti appositamente per “non soffrire più del dovuto”. Mentre i minuti scorrono e la tensione sale, Piazzale alla Valle si trasforma in un crocevia di culture, generazioni e sentimenti, uniti sotto lo stesso cielo e davanti allo stesso schermo, a dimostrazione che il tifo più bello è quello che sa includere.
C’è un filo invisibile che lega il maxischermo di Mendrisio al terreno sintetico del BC Place di Vancouver, lo stadio canadese che ha già visto la Nazionale rossocrociata superare lo scoglio Algeria e i padroni di casa del Canada. Ma la Colombia evoca spettri antichi. L’unico precedente mondiale risaliva al 1994, negli USA: uno 0-2 che non ci impedì di qualificarci ma che gridava vendetta, dopo tre amichevoli (‘85, ‘91, 2007) senza troppi sussulti. Soprattutto, c’era da sfidare la storia: la Svizzera non toccava i quarti di finale di un Mondiale dal 1954 (e prima ancora nel ‘34 e ‘38), epoche di un calcio in bianco e nero e con formule totalmente diverse. C’era da cancellare il trauma recente di San Paolo 2014, quando contro l’Argentina il palo di Dzemaili al 121’ strozzò in gola l’urlo di un intero Paese.
E la partita di martedì sera 7 luglio è stata un thriller d’altri tempi. Nel primo tempo è Kobel a blindare la porta al 20’ su Puerta, prima che Rieder provi a scuotere i nostri al 29’. Nella ripresa Yakin inserisce Sow per Jashari, ma al 47’ il neoentrato scivola sul più bello in un’azione che profumava di gol. Poi, solo un logorante equilibrio. Fino al verdetto più crudele e affascinante: i calci di rigore.
La lotteria dei rigori:
l’estasi in Piazzale alla Valle
A Mendrisio nessuno riesce più a stare seduto. Il Piazzale diventa un catino di preghiere e sguardi rubati. La Colombia parte forte e segna. Tocca a Xhaka: il portiere intuisce, devia, ma la palla entra. Sollievo. Poi il primo boato della piazza: i colombiani stampano il secondo rigore sulla traversa. Amdouni sale sul dischetto con la freddezza dei grandi e con un rigore perfetto. Campas ristabilisce l’equilibrio (2-2), nonostante Kobel avesse intuito la traiettoria. Piazzale alla Valle si ammutolisce con il rigore di Akanji che finisce alto. Ci pensa San Gregor Kobel a parare il rigore successivo e tiene la Svizzera aggrappata al suo sogno. Itten non trema e fa gol, Luis Diaz spiazza Kobel con classe glaciale. A scrivere la storia ci pensa Vargas che con il rigore trasformato riscrive la storia settantadue anni dopo. La Svizzera vola a Kansas (City), la Colombia a casa.
Piazzale alla Valle esplode in un boato liberatorio che fa tremare Mendrisio. Finisce con le lacrime di gioia, gli abbracci tra maglie rossocrociate, e la consapevolezza che questa “Nati” non ha più paura della sua storia. I quarti di finale sono realtà. Sulla strada degli uomini di Yakin, ora, c’è l’Argentina campione in carica e infarcita di campioni. Ma con il pieno di fiducia di martedì, in fondo, anche noi non siamo così… messi male. Riccardo Vassalli







