
Le pellicole girate in parte nel Mendrisiotto, i film realizzati da registi momò o ticinesi. Che atmosfera aleggiava durante le Giornate Cinematografiche che si sono svolte in gennaio a Soletta? E come sta il cinema svizzero? Ne parliamo con Francesco Rizzi, regista e sceneggiatore di Morbio Inferiore e membro della commissione di selezione a Soletta. l’Informatore ospita a cadenze regolari dei contributi di Rizzi dal titolo “I cantieri del cinema”. Di lui ci piace citare il suo film d’esordio alla regia “Cronofobia” nel 2018.
La Città sull’Aar ha ospitato ancora una volta – e siamo alla 61.a edizione – la vetrina del cinema svizzero. Negli ultimi due anni ti hanno chiamato a far parte della commissione di selezione per i lungometraggi. Che esperienza è stata?
Un’esperienza bellissima. Due anni fa ho ricevuto una chiamata da Niccolò Castelli, che mi ha proposto di far parte della commissione della sezione “Panorama”. Non ci ho pensato un secondo. Per chi fa il mio lavoro, ci sono poche cose al mondo più stimolanti di passare le giornate a guardare nuovi film e a discuterne appassionatamente con altri. La cosa bella di Soletta è che l’intero processo di selezione lo si fa ancora tutti insieme davanti al grande schermo di un cinema. E anche solo la possibilità di scoprire la varietà e la qualità della produzione audiovisiva svizzera dell’anno, unita all’arricchimento offerto dagli sguardi diversi sui vari film, renderebbe l’esperienza preziosa. Poi, certo, ho provato anche un senso di responsabilità. So cosa significhi realizzare un film, e quanto sia importante per le autrici e gli autori poterlo mostrare ad un pubblico come quello di Soletta.
Com’è composta la commissione?
Ha una parte fissa di quattro persone, a cui si aggiungono tre membri esterni chiamati fra i professionisti del settore, che rimangono nella commissione per due anni. Si cerca un equilibrio anche tra le regioni linguistiche: ad esempio quest’anno, tra gli esterni, oltre a me c’erano la produttrice ginevrina Katia Monla e il regista svizzerotedesco Ramon Zürcher.
Come descriveresti il cinema svizzero di questi ultimi anni? È molto cambiato rispetto a prima? Che filoni principali segue e l’esplosione dei social lo ha influenzato?
Anche se la finzione è in buona crescita, la parte del leone nel cinema svizzero la fa il documentario. È un genere che nel nostro Paese funziona ancora anche al cinema, forse per il modo diretto di trattare questioni sociali, politiche e umane che interessano il pubblico. C’è molta varietà e non è mai facile individuare dei filoni. Ogni anno ci sono dei film sulla vita e le condizioni degli agricoltori. Più storie legate all’immigrazione, al rischio di esclusione sociale dei soggetti più fragili. Diversi ritratti intimi e personali che descrivono l’elaborazione del lutto, la malattia, o ancora i film che trattano, sotto vari aspetti, il tema dei soldi. Il cinema svizzero è inoltre sempre attento ad aprire il proprio sguardo su quanto succede nel resto del mondo, per affrontare i grandi conflitti e le contraddizioni della contemporaneità. Quest’anno molti film si interrogavano sul bisogno di appartenenza. Cosa significa oggi trovare il proprio posto e tentare di integrarsi in un ambiente magari ostile, in costante mutazione? Cosa vuol dire fare parte di una famiglia, di una comunità, di una narrazione, o perfino della propria storia, nell’epoca della frammentazione, in cui le incertezze si moltiplicano e le voci diventano sempre più dissonanti? Diversi film affrontavano in maniera anche molto critica questo bisogno profondamente umano.
Riguardo l’esplosione dei social, non mi sembra che l’impatto sia così evidente, almeno per il momento. Della selezione di quest’anno mi viene in mente il documentario Social Landscapes di Jonas Meier, candidato al Prix de Soleure, che esplora la differenza fra percezione e realtà, in un mondo ossessionato dalle valutazioni, in cui l’esperienza viene filtrata da smartphone e giudizi social, più che vissuta in prima persona. Oppure il film di finzione Wyld di Ralph Etter, che utilizza il formato verticale e un’estetica alla TikTok per un racconto episodico di crescita di alcuni adolescenti.
Possiamo dire che il cinema svizzero è in buona salute?
Direi proprio di sì. Basterebbe notare la sua presenza costante nelle selezioni di prestigiosi festival internazionali. Una parte dei film che arrivano a Soletta hanno già girato il mondo e magari vinto anche dei premi. Succede sempre più spesso. All’opposto, ogni anno ci sono anche delle scoperte inattese: film d’esordio arrivati un po’ dal nulla, magari girati con pochi mezzi, ma capaci di conquistarsi un posto in selezione e incontrare per la prima volta un pubblico. Questi per me sono segnali di un cinema vivo e in buona salute.
Come funziona la selezione e che numeri di partenza e di arrivo si registrano?
Non posso entrare nei dettagli del processo di selezione, ma posso riportare i numeri. Per quanto riguarda i lungometraggi della sezione Panorama sono stati selezionati 86 film scelti fra i 153 pervenuti.
Alla presentazione del programma, si è parlato di un buon equilibrio nella produzione da parte delle tre regioni linguistiche: nelle tre categorie competitive delle Giornate erano infatti inclusi 9 film dalla Svizzera romanda, 11 dalla Svizzera tedesca e 2 dalla Svizzera italiana.
Senz’altro. A me è sembrata un’annata forte a tutte le latitudini. Le giurie avranno sicuramente avuto il loro bel da fare.
I film legati
al Mendrisiotto
Dal Ticino in totale quanti erano i film presentati? E come è andata per la pellicola girata in parte anche nel Mendrisiotto?
Non ricordo il numero esatto delle proposte ticinesi, ma quest’anno erano tante, e di buon livello! E in questo senso sono molto contento per i riconoscimenti ottenuti da Nessuno vi farà del male di Dino Hodic (Premio sezione Visioni) e Becaària di Erik Bernasconi (Prix du public). Elisa di Leonardo di Costanzo, il film girato anche nel Mendrisiotto, è invece una coproduzione fra l’italiana Tempesta Film, la ticinese Amka Film e RSI, ed è stato molto apprezzato anche dal pubblico di Soletta, dopo il passaggio in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Un altro film legato al Mendrisiotto era Memorie di un medico di montagna di Domenico Lucchini, presentato in prima mondiale e prodotto dalla Ventura Film di Chiasso.
Hai partecipato alla presentazione dei film ticinesi, Becaària di Erik Bernasconi e I figli di Icaro di Daniel Kemeny. Ce ne puoi parlare?
Un’altra cosa bella di far parte della commissione di selezione è l’opportunità che viene data ai suoi membri di accompagnare alcuni film, con una breve presentazione prima della proiezione e la moderazione dello spazio domande sul palco alla fine. A me sono capitati, tra gli altri, i due film ticinesi che hai citato, prodotti da Cinédokké di Michela Pini, e devo dire che è stato emozionante assistere alle reazioni calorose del pubblico, accanto a Erik e Daniel. Due film molto diversi tra loro, ma che sono stati in grado di toccare il cuore degli spettatori. Il primo con la leggerezza di un racconto di formazione divertente e malinconico, ambientato in una valle dell’alto Ticino negli anni ‘70; il secondo con le sue immagini suggestive, che raccontano il complesso legame fra un padre e i suoi due figli: tre generazioni di una famiglia divisa tra l’Europa e Cuba.
Nella valutazione e selezione dei film, nel tuo caso contano di più i criteri professionali e tecnici o prevale l’interpretazione emotiva, in altre parole il gradimento?
Non posso entrare nei dettagli, ma posso assicurare che c’è grande attenzione da parte di tutti nel valutare i vari aspetti di un film. A livello personale, mi interessa il tipo di sguardo, il linguaggio cinematografico utilizzato per raccontare una storia, che per me è importante quanto la storia stessa, perché determina il modo in cui essa arriva allo spettatore.







