
L’anno scorso la Biblioteca cantonale, presso LaFilanda di Mendrisio, ha organizzato un ciclo di quattro conferenze dedicate ai rapporti tra il Cantone Ticino e il Regno d’Italia durante il ventennio fascista, un’iniziativa che ha riscosso un lusinghiero successo: la sala del secondo piano era sempre molto affollata.
Nella seconda conferenza del 23 marzo 2025, lo storico Orazio Martinetti, in dialogo con la giornalista culturale Maria Grazia Rabiolo, ha affrontato il tema: Irredentismo e filofascismo nella Svizzera italiana durante il Ventennio.
In quella occasione, come anche in altre conferenze del ciclo, abbiamo incontrato la figura di un mendrisiense davvero singolare: Aurelio Garobbio (1905-1992), un ammiratore del regime mussoliniano, ma soprattutto un inflessibile e irriducibile irredentista. Spicca un dato biografico curioso: il Garobbio, dopo il 1938, non tornerà mai più nella sua Mendrisio, e nell’intervista che qui proponiamo ne capiremo bene il motivo, il “borgo lombardo” verso il quale peraltro nutriva un grande affetto, ben percepibile in tre contributi, scritti in tarda età, pieni di gustose annotazioni etnografiche e dialettologiche.
Aurelio Garobbio non ebbe mai dei ripensamenti autocritici, nemmeno rispetto alle pagine più efferate del nazifascismo e questo ne fa un personaggio indubbiamente controverso. Il Circolo di cultura di Mendrisio e dintorni ha tuttavia ritenuto interessante organizzare una conferenza dedicata a questa singolare e nel contempo inquietante personalità. Evento che avrà luogo mercoledì 25 febbraio (ore 20) a LaFilanda di Mendrisio, dal titolo “Un irredentista ticinese. Aurelio Garobbio (Mendrisio 1905 – Milano 1992)”; relatore lo storico Marino Viganò, che ha curato un libro di memorie dello stesso Garobbio relativo al periodo 1943-1945 e che ha avuto modo di conoscerlo personalmente durante l’ultima fase della sua vita. Lo abbiamo intervistato, proprio in vista della conferenza.
Intervista di Rolando Schaerer
allo storico Marino Viganò
Lo storico mendrisiense Giuseppe Martinola pubblica, nel 1980, per i tipi di Dadò, l’apprezzato I diletti figli di Mendrisio. Vi è compresa qualche figura che sfiora o supera di pochi decenni il Novecento. È evidente che non possa includervi la figura di Aurelio Garobbio (Mendrisio 1905 – Milano 1992), pur cittadino del «Magnifico borgo», personalmente da lui conosciuto. Vediamo, in apertura, di tracciare un profilo di questa personalità, oggi dimenticata e, illo tempore, molto controversa.
Nasce l’11 novembre 1905 in una famiglia patrizia e di tradizioni, da Bernardo, commerciante in materiali edili, e da Giovanna Barili, parentela permeata di suggestioni filoitaliane, e già alle elementari scorre l’«Adula», settimanale fondato da Emilio e Rosetta Colombi e da Teresa Bontempi, cui sono abbonate le sorelle: Elisa, la maggiore, allieva della Bontempi e promotrice del «metodo Montessori» al locale asilo «Bernasconi», e Liberata, già allieva della Colombi alle Magistrali di Locarno. Conclusi gli studi e impiegatosi in un’azienda di smercio di legname a Wolhusen, nel Cantone Lucerna, nel 1922, inizia a praticare quegli itinerari di montagna al centro poi delle pubblicazioni e attività di una vita, fra giornalismo e storiografia. Nel 1925 si trasferisce a Milano, dove lavora all’Unione Pubblicità Italiana e collabora al «Popolo d’Italia», il quotidiano di Benito Mussolini, da tre anni primo ministro del regno d’Italia.
Nel 1933 viene assunto all’Ufficio stampa del capo del governo, passando nel 1934 al sottosegretariato alla Stampa e propaganda – dal 1937 ministero della Cultura popolare –, dove rimane in forza sino al 25 aprile 1945. Nel 1934 crea il Comitato d’azione irredentista per la Rezia, il Ticino e il Vallese, e riceve, a sua richiesta, la tessera del Partito nazionale fascista. Nel 1937 struttura il gruppo Catena Mediana delle Alpi, con il quale pubblica una collana di libri e opuscoli di carattere geopolitico e irredentista. Risalgono al 27 e 29 gennaio 1942 i due primi colloqui diretti con Mussolini, il successivo segue il 23 marzo 1943, quando non solo l’Italia fascista si è legata alla Germania nazista – alleanza certo sgradita al nostro –, e l’Italia è entrata nel conflitto al fianco di questa il 10 giugno 1940, ma la situazione bellica e politica sta degenerando. Il tracollo del regime fascista, il 25 luglio 1943, segna la prima frattura.
L’anno 1938 rappresenta però già una cesura nella vicenda politico-culturale e anche esistenziale di Garobbio.
Vero, approssimatasi la consultazione popolare sul riconoscimento del romancio a quarta lingua nazionale, tenuta il 20 febbraio 1938, avvertita dagli irredentisti per ulteriore separazione dell’area retoromancia dall’«alveo nazionale» linguistico italiano, Garobbio intensifica la propaganda in opposizione. Risultato, il 15 aprile viene incarcerato a Mendrisio. Scarcerato dopo 71 giorni il 24 giugno, probabile a seguito delle pressioni del ministro degli Esteri italiano, Galeazzo Ciano, tra l’altro genero di Mussolini, il 26 lascia il Ticino per Milano, e non vi farà mai più ritorno. Il 5 agosto il ministro della Cultura popolare, Dino Alfieri, gli notifica il raddoppio dello stipendio mensile. Percorre allora altre terre, come la Macedonia, nelle quali l’irredentismo cova sotto le ceneri del trattato di Versailles del 28 giugno 1919 e dei successivi imposti dalle nazioni vincitrici della Grande guerra a quelle indicate «responsabili» dell’immane conflitto.
Nel 1943-‘45, durante la Repubblica sociale italiana, Garobbio rimane fedele a Benito Mussolini. Lei ha pubblicato, proprio su quei 18 mesi cruciali, uno studio importante. Ce ne può parlare?
Formato sotto l’imperio dell’occupazione tedesca dell’Italia centro-settentrionale il Governo fascista repubblicano, il 23 settembre 1943, già il 13 ottobre un nucleo di SS con a capo Wolfgang Steinacker, Kulturreferent dell’alto commissario nazista del Tirolo, Franz Hofer, perquisisce l’appartamento milanese di Garobbio, in via Gustavo Modena 20: segnale di come, sempre dietro l’apparente «alleanza» italo-germanica, il Terzo Reich persegua obiettivi propri di lungo respiro, e così frange pangermaniste autonome dal regime di Berlino, con l’obiettivo pure di rovesciare i trattati del 1919, tra essi quelli sui confini fra l’Austria e l’Italia, in base ai quali questa aveva inglobato l’Alto Adige.
Garobbio e il suo gruppo ipotizzano che la Svizzera rientri anch’essa nelle mire di pangermanisti, decisi ad agire sia nell’immediato, sia nel dopoguerra, persino nel caso di sconfitta della Germania. Chiede quindi udienza a Mussolini, e ricevuta la convocazione a Gargnano, sede dell’esecutivo, per il 16 novembre, avvia la serie di 13 colloqui con il duce, ultimo alla prefettura di Milano, il 25 aprile 1945, giusto avanti il trasloco di Mussolini a Como. Degli incontri, le cui date sono registrate e i cui documenti si trovano in Segretaria Particolare del Duce, all’Archivio Centrale dello Stato a Roma, stila i dettagliati verbali, pubblicati in versione annotata dopo la sua scomparsa il 31 marzo 1992.
Sono resoconti significativi per cogliere ulteriormente le atmosfere di rivalità e di sostanziale, reciproca diffidenza fra i nazisti e i fascisti nei mesi, specie dall’estate 1944, nei quali gli elementi più spregiudicati ai vertici delle SS e del SD guardano ormai a una ricollocazione nel dopoguerra; e ciascuna delle consorterie agisce su più livelli, uno palese per garantirsi presso il proprio governo, un altro obliquo al fine di guadagnarsi intanto la sopravvivenza fisica, un altro ancora più riposto per ritagliarsi un futuro confortevole. Sullo sfondo le questioni «nazionali», ancora coltivate dagli antagonisti all’insegna appunto del nazionalismo, senza sensibilità per futuri possibili esiti alternativi.
Garobbio nell’aprile 1945 varca un passaggio a dir poco arduo, doppiamente sconfitto sia quale fascista, sia quale irriducibile irredentista. Come vive da «esule» il mezzo secolo successivo?
Il 25 febbraio 1947 viene convocato avanti alla Commissione provinciale per le sanzioni contro il fascismo e «sospeso» per due anni «dai diritti elettorali attivi e passivi» – lui svizzero… Frattanto si è riattivato con il già senatore Ettore Tolomei, l’«italianizzatore» dell’Alto Adige, appena rilasciato dal campo nazista di Dachau – almeno a lui risparmiato –, per orientare il governo italiano sulle questioni delle frontiere contese, riprendendo contatti e ricerche presso l’Istituto di Studi Politici Internazionali (ISPI) a Milano. Cooptato nel 1952 nell’Ufficio radiodiffusione per l’estero, diretto dall’amico e camerata Gilberto Bernabei, già capo di gabinetto del ministero della Cultura popolare nella Repubblica sociale italiana, poi al Servizio informazioni della Presidenza del consiglio dei ministri, prosegue inoltre nel suo impegno di pubblicista e scrittore.
Nel secondo dopoguerra Garobbio si conferma tra i maggiori studiosi del folklore dell’arco alpino, e si occupa ancora di temi geopolitici. Dimentica o meno la sua nativa Mendrisio?
Corretto, lasciato a parte l’engagement per il regime dal 1925 al 1945 ne rimane la notevole cultura nei settori della geografia, della geopolitica – è fra i promotori di questa scienza, poco strutturata allora in Italia –, delle tradizioni delle aree fra Alpi e Prealpi, non solo elvetiche. Si può citarne un testo, Dai Monti Pallidi alle Sette Montagne di Vetro (1960), da cui, «non accreditato», lo sceneggiato I monti di vetro, prodotto dalla RAI (1972). Mendrisio non sembra invece al centro dei suoi interessi sin ad anni più recenti quando, fra la redazione di Gabriele D’Annunzio e i giovani ticinesi. Le vicende de L’Adula (1989) e il riordino delle note stenografiche sui citati colloqui col duce trova agio di pubblicare, fra il 1984 e il 1989, tre saggi nei quali il borgo torna con le sue tradizioni – quelle dalle quali aveva preso avvio il suo percorso di militante «lombardo».
Lei ha avuto modo di conoscere Aurelio Garobbio e si è inoltre occupato di metterne in salvo i fondi archivistici. Cosa può dirci della sua personalità? Può magari regalarci qualche aneddoto?
Qualche tempo c’è voluto per farmi ricevere, inizialmente sospettoso, convinto che gli «svizzeri» lo spiassero ancora. Vedovo, viveva molto isolato, fra le sue carte, i suoi libri, le sue memorie, e soprattutto l’archivio «interno» dei movimenti dell’«Adula», del Comitato d’azione per la Rezia, il Ticino, il Vallese, della Catena Mediana delle Alpi: materiali di eccezionale valore storico, versati dagli eredi – sollecitati e subito sensibili – al Museo del Risorgimento di Milano, inventariati ora in 40 faldoni di corrispondenze, documenti, mappe. Stava riordinando gli appunti dei colloqui con Mussolini in vista di un’edizione, e i riscontri procuratigli dall’Archivio Centrale dello Stato gli stavano tornando utili.
Ai questionari via via sottoposti alla sua attenzione replicava con lunghe lettere di precisazioni, redatte sin alla fine utilizzando la medesima macchina per scrivere – quanto ha reso ancora più agevole confermare sue le relazioni sul Ridotto alpino repubblicano da organizzare in Valtellina, consegnate a Mussolini l’11 settembre 1944. Mai reticente, credo, fermo tuttavia nelle convinzioni sue sì. Del resto, cose di un passato lontano. Di quegli incontri, come di altri con protagonisti di quella generazione, rimane l’impressione del contatto senza mediazioni con la storia, da «trattare», naturalmente, con cautela e a contesto, come si è usi scrivere. In ogni caso, un’impressione non comune.







