
L’intelligenza e l’ignoranza, come tutti sanno, sono misurabili: dei test facilmente reperibili rilevano il livello del tuo QI, il quoziente intellettuale, dal quale non si scappa.
Ma il QI non basta per rendere manifeste le proprie capacità individuali, farle poi diventare competenze, e quindi affermazioni nella vita. Tutti, infatti, sanno che per arrivare ci vuole un certo ambiente, familiare e sociale, a stimolare il QI, ma poi ci vuole anche la curiosità personale, quella positiva, come pure la buona volontà, che costa fatica. Questo per dire semplicemente che intelligenti si nasce, ma bravi si diventa.
Dopo questa premessa di poca pretesa, se non quella di entrare in argomento, lasciamo in pace gli intelligenti, mancati o affermati, e veniamo agli ignoranti, quelli rimasti tali magari perché non hanno fatto nulla per colmare il loro deficit. Infatti c’è anche chi, con uguali dotazioni di base, il deficit lo ha colmato, eccome, e ha fatto una bella strada, fino al successo, ma veniamo al dunque. A cominciare dagli animali, per indicare chi ha poco sale in zucca, è come entrare nell’Arca di Noè, e spesso sbagliando sul conto degli animali.
L’asino, detto anche somaro, o ciuco, è un po’ il simbolo zoomorfo dell’ignoranza, e a torto.
È infatti un animale, oltre che utile, sottomesso e paziente, intelligente, e lo dimostra con le caratteristiche citate. Ha la qualità, non da poco, di non esibire la sua intelligenza, ma di mostrarla con modestia e coi fatti. Eppure si continua a dire “asan”, “asnun”, “asan drizzàa in pée”, immagine quasi circense, e le maestre, quelle vigliaccone, a mettere le orecchie di cartone sulla testa di qualche povero alunno; e un proverbio dice che “raglio d’asino non arriva al cielo”, e per finire quello che ha scritto “Pinocchio” non ha dimostrato gran tenerezza nei confronti del somaro.
Io sto comunque dalla parte dello scrittore latino che ha scritto “L’asino d’oro”. Quindi, se mi dicono “béstia ti e l’asan”, io mi sento in buona compagnia. Per rimanere ai quadrupedi, è frequente il riferimento al bue ed alla capra. Era la norma dire, di uno di poco senno, che era “ignurant cumè un bò, cumè na cabra”. Anche in questo caso, però, si fa torto sia al bue sia alla capra, che, come l’asino, il loro quoziente intellettuale lo fanno vedere coi fatti.
E per fortuna ci sono stati poeti che li hanno riabilitati: il bue, presenza fissa nel presepe, è stato definito “pio”; la capra, per Saba, ha un lamento che evoca il dolore universale, e il suo muso diventa “viso semita”, quindi umano. Per gli uccelli il giudizio rimane sospeso: per indicare ignoranza si dice che uno è “un mèrlu”, “un cucù”, o che ha “un cérvèll da galina”.
Il merlo non dimostra comunque certo di essere ignorante, anche solo per come costruisce con sapienza i suoi tre nidi, a tre livelli dal terreno, e poi “al cifóla”, quasi a farsi beffe di chi lo discredita. Il cucù, più che intelligente, è furbo, quindi non deve essere preso come simbolo della dabbenaggine. Prima di tutto depone le uova nel nido di altri uccelli, ai quali le fa covare. Lui, intanto, è in giro sulle piante a cantare “cucù”, rivolto a quelli che fanno la fatica che dovrebbe essere sua: chiamalo cucù!
Sulla gallina, francamente, il giudizio rimane sospeso, prima di tutto per il volume del suo cervello, poi anche per la sua mimica.
Dire quindi di una persona, purtroppo con declinazione prevalentemente al femminile, che ha un “cérvèll da galina”, spesso non si dice il falso. Hanno quindi un po’ ragione quelli che cantano “la gallina non è un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente”. Ed è vero, poichè da come si guarda la gente si può capire tanto, sul conto di una gallina ma anche di una persona.
Per restare nel pollaio
Per restare, metaforicamente, nel pollaio, o nel cortile, di uno, più spesso di una, si diceva che era ”òca”, cioè svaporata nel cervello.
Anche il rapace notturno, l’”uroch”, viene preso a prestito per indicare una persona di poco senno, forse per il suo luttuoso singulto, fastidioso e di cattivo auspicio. Poi, più banalmente e senza distinzione di sesso, “nà in òca” significa avere un momentaneo vuoto mentale, dimenticarsi di qualcosa.
Il gatto se la cava meglio, poiché dire di uno che “l’è svèltu cumè un gatt da marmu”, non si reca offesa all’animale, che è molto furbo, ma alla sua resa plastica, che, seppur bella, è statica. Però c’è anche “cò da minin”, di gattino, una sorta di vezzeggiativo per chi è stolto solo a causa dell’età, dal piccolo micio al bambino, che appunto così veniva bonalmente apostrofato.
Dalla stalla al pollaio, al cortile, si sconfina fin nel lago, e si dice che uno è “na crapa da lüsc”, e qui non so che dire, per incompetenza, se il luccio è intelligente o no, si intende nel farsi catturare all’amo o nella rete. Dall’acqua dolce al mare aperto, merluzzi, baccalà e stoccafissi non godono certo di buona reputazione mentale nell’immaginario collettivo. Tutt’e tre, “mèrlüzz”, “bacalà” e “stòcafiss” indicano in una persona stupidità unita a stupore, di chi sgrana gli occhi e spalanca la bocca di fronte ad un’evidenza, da restare “a bóca vèrta”.
Dalle nostre latitudini nella savana, si incontra il macaco, una scimmia dalle movenze, dalle smorfie facciali e dalle articolazioni verbali da rimanere sbigottiti. Quindi, essere qualificato come “macacu”, individuo da poco, sciocco, minchione, fa forse torto al primate, ma non è, antropologicamente, un bel complimento. Partendo poi dalla testa, umana, “cò”, “crapa”, “züca”, parte del corpo deputata al raziocinio, sul fronte del deficit, si usano come esclamazione per indicare chi ha fatto qualcosa senza criterio e con insistenza.
Si dice quindi, con piccole sfumature, “cò”, “crapùn!”, “zücùn”, ma anche “cò bött”, come la pianta vuota al suo interno, per arrivare a “crapa da boiler”. Qui il significato, chiaro in un certo contesto, diventa difficile da spiegare nella sua implicazione tecnologica. “Martur” e “cianfur”, con lo stesso suffisso, indicano un limite mentale da inesperienza ed hanno anche forme alterate, “marturèll”, “marturòtt”, “cianfurèll”, a sfumare, nel tanto e nel poco, il concetto di base.
Essere indicati come “stüpid” o “stüpidòtt” non era così grave o infamante: lo si era più per leggerezza che per ignoranza, anche perché, senza un vero motivo, a uno “s’ciupava la stüpidèra”, cioè rideva come un matto proprio per niente.
Con riferimento ad oggetti, ci sono due voci che meritano di essere citate: “barlafüs” e “maza”. Il primo si riferisce ad un oggetto rovinato, un rottame, ma fa pensare anche a quello strumento in uso nella filatura, che girava, “al pirlava”, con riferimento quindi al povero “pirla”, persona sciocca, che poteva diventare anche specializzato, “pirlometro”. Il secondo, “maza”, che indica ignoranza più ottusa, è un grosso bastone, che quindi, per analogia e per l’uso che se ne fa, può diventare “maza da golf”.
Rovistando in cucina, salta fuori l “cazzü”, il mestolo, oggetto utilissimo, quindi ingiustamente usato per indicare chi è proprio stupido e non vale niente. Per indicare lo stato mentale negativo in modo netto e perentorio, però sempre con lievi sfumature, i termini, anche molto coloriti, si sprecano. Partendo dal neutro “scému”, si arriva al più pesante “scému da guèra” come quei poveretti che tornavano dal fronte frastornati dalle cannonate, totalmente menomati, “tucàa” nel cervello.
Si può poi passare al “crétin”, che ha un riferimento patologico: è una malattia, infatti, il cretinismo, o un difetto di nascita. Da qui ad arrivare al domestico “taròch” o “tabói”, persona genericamente inaffidabile, il passo è breve, ed il soggetto poteva diventare di conseguenza un “impiastru”, se non ne combinava una giusta. Se poi era impedito anche nei movimenti, era qualificato come “intréch”: ce ne voleva a smuoverlo, anche nel ragionare. Lo stesso valeva per il “trampan”. “Tarlücch” ha lo stesso esito sonoro, e praticamente anche la stessa sfumatura: indica una realtà mentale grezza, che quindi necessita di affinamento.
Chi magari, temporaneamente, dava i numeri magari per un colpo di sole, era un “lóch”, termine di derivazione spagnola: girava senza meta, “inluchii”, come un ubriaco perso. Il debile mentale inoffensivo, e ne giravano nei paesi, era detto “gnan”, “pòru gnan”, ma anche “pòru bau”, una sorta di verme, perché era un poveraccio a tutti gli effetti. Non dava fastidio a nessuno, ma veniva deriso o fatto oggetto di scherzi crudeli.
Dalle mie selvagge vacanze a Morella, su in Valle, ricordo un ragazzotto allampanato che compariva talvolta. Parlava a singulti, tracciava strani segni in aria, rideva ebete, lo sguardo perso nel vuoto.
Richiesta, la zia Matilde mi disse che “l’è mia dal dricc”, che vuol dire è storto, si intende nella testa. Per noi però non era colpa sua: “ga na impudéva mia lü”. Chi era, oltre che ignorante, anche maleducato, nelle parole e nei fatti, era un “urdénari”, rozzo al massimo grado, quindi da evitare. Quando al vuoto mentale si univa anche l’incapacità operativa, di uno si diceva che era un “désèrt”, “un pòru désèrt”: c’era solo da averne compassione e da soccorrerlo.
Attenzione a parte merita, in tema, una perla del nostro dialetto: “gnücch”. Prima che per una persona, lo si usa per indicare un oggetto, per esempio una scure che non taglia bene. La scure che non incide bene nel legno è come la persona, in senso figurato: per essere adatta all’uso, deve essere “affilata”, affinata. Non è gradevole sentirsi dire “ta sét un nòcc”, poiché anche operativamente, era come se si fosse spenta la luce dell’intelletto, che pertanto rimaneva ottenebrato.
Anche la tavola offre immagini pregnanti di ignoranza. Se uno, quindi, veniva qualificato come “macarun”, oltre che stupidotto, era anche inetto a vario titolo, perciò “al vareva na svérza”, poco o nulla, come quella propaggine della vite che succhia alla pianta e non dà niente in cambio.
Le espressioni che indicano una momentanea, ma anche duratura uscita di senno, a seguito non solo di ignoranza, ma anche per eccessi di rabbia, sono numerose, ognuna con la sua peculiarità. Si dice allora, se lo stato non è momentaneo, che “l’è mia tütt lü”, che cioè ha perso l’identità, o che “l’è mia tütt a pòsct”, o che “l’è fö da cò”, o che “al gh’a mia tütt i légn a técc”. Si poteva anche sentire dire “al gh’a in disurdin ul spazacà”, il solaio, luogo nel quale spesso regnano disordine ed abbandono, come nel cervello fuori controllo. Quando il mancato controllo mentale era di tipo euforico ed allegro si diceva “al büscia”, come la gazzosa e lo spumante: schiuma e bollicine mentali.
“Gh’è scià pòch”
Nella confraternita dei sempliciotti, babbei e buoni a nulla, i termini ricorrenti erano parecchi, ed anche coloriti. Si passava dal “tatar” al “tötür”, al “cióla” al “ciulan”, al “maran”, al “bambu”, al “rébambu” al “zòcura”, insomma un repertorio da “mal trai inséma” sul conto dei quali si diceva: “gh’è scià pòch”. Era una diagnosi impietosa, con prognosi totalmente infausta.
Nella combriccola delle persone di poco affidamento a causa del loro deficit mentale ce n’è un gruppetto col suffisso in – ARI. Si va dallo “strafalari”, allo “strafüsari”, al “gingivari”, tutti, tanto o poco, buoni a nulla, pasticcioni, capaci magari solo di ridere, confusionari, insomma, una casistica variegata da suscitare giusta preoccupazione.
Non mancava neanche un termine che qualcuno, a giusta ragione, definisce volgare, oltre che molto offensivo: “bigul”, o “bigulòtt”. È vero che il dialetto, nelle sue immediatezze, stempera le citazioni, ma di sicuro questo epiteto era infamante, quindi suscitava reazioni veementi, anche perché risultava quasi sempre un semplice insulto.
Tutti questi esemplari, a metterli insieme sotto un denominatore comune, in un modo o nell’altro “bacilavan”, alla lettera vacillavano, ma nello specifico vaneggiavano, o al limite deliravano: “ròba da matt!”.
La stupidità aveva una declinazione anche musicale, lo zufolo, strumento umile sì, che costruivamo anche noi ragazzi, ma che aveva una sua dignità. Eppure dire a uno “ciful”, “cifulòtt”, finanche “ciful da ménta”, quel dolciume che prima si suonava, poi si leccava, tutto, equivaleva a dire stupido, persona da poco, quasi una nullità. Restando in campo musicale, ad indicare ottusità c’è anche “tambur”, chissà, forse perché il tamburo lo sanno suonare tutti, o perché vi si picchia con la “maza”, o perché la sua pelle è di asino, poverino.
Così come “cióla”, “ciulàn”, “ciulandari”, che significa sciocco, sprovveduto. Non ci sono riferimenti sessuali, ma pare con un antico “ciullo”, che era un fanciullo, poi, per analogia, una persona inesperta e ignorante. Si sentiva anche dire, spesso ai ragazzi appena arrivati in classe, quindi da poco fuori dal letto, “imbésüi”, ed anche, più esplicitamente, “imbésüi dal cafélacc”, cioè rimbambito, frastornato, dissennato, quindi da svegliar fuori subito, talvolta con un ceffone.
A compendio di questa variegata demenza, non poteva mancare la componente onomastica. Per dirne tre, c’è “ta sét un Tubia”, o un “Gnazi”, o un “Tòni”, che vuol dire fesso, con tante scuse a quelle tante persone, brave e intelligenti, che portano quei nomi: Tobia, Ignazio ed Antonio.
Quello dell’ortolano era sì un lavoro umile, ma era umiliante sentirsi dire “urtulan”, per il proprio livello mentale. Nella trilogia “tambarlan”, “tambèrla” e “tambérléri”; che vuol dire sciocco e imbecille, sembra di sentire, stando al suono, una vaga puzza di Oriente, di Est, quindi, per prudenza, è meglio non azzardarsi in congetture di sapore politico.
La “s’cèpa” è la piccola scheggia del legno appena tagliato, utile, magari, a tenere aperta la fessura per il colpo decisivo di scure. Eppure, chissà perché, indica un individuo maldestro, incapace, che arriva sempre ultimo, di qualsiasi prova si tratti. La “s’cèpa” è la piccola scheggia del legno appena tagliato utile, magari, a tenere aperta la fessura per il colpo decisivo di scure. Eppure, chissà perché, indica un individuo maldestro, incapace, che arriva sempre ultimo, di qualsiasi prova si tratti.
Per concludere sul terreno della scuola, quindi di quell’istituzione che lavora sull’intelligenza, per promuoverla, ma anche sull’ignoranza, per curarla o almeno tamponarla, con le espressioni non si andava tanto per il sottile. Oltre ad alcune parole già citate, quindi anche per decenza da non ripetere, un povero alunno poteva sentirsi dire “ta sét indré”, dopo aver bocciato magari più classi. Poi, con metafora culinaria, “ta sét indré da cutüra”, un po’ come il manzo, sto poveraccio, in pentola, a bollire per ore a fuoco lento. Ma poi i parenti, a fronte di clamorosi insuccessi scolastici, potevano esclamare, senza possibilità di replica: “ta sét nai a scöla sóta al gèrlu”, oppure “i libri ta iá mangiàa la vaca”, o “ta sét laureàa a l’Università da Pügèrna, a impatà zòcur”.
Ed a completare l’opera si diceva anche che uno non era capace di fare “l’o cul cüü dal bicér”: roba da non credere, analfabetismo strutturale e di ritorno. Roba da non credere, ma allora non c’erano i docenti di sostegno e nemmeno i genitori che avevano il tempo di andare ad informarsi sui figli, anche perché, purtroppo, c’erano cose molto più pressanti e necessarie da fare in famiglia.
A metterci tutti sotto lo stesso ombrello protettivo, noi Sanpietrini, c’è il soprannome che ci riguarda: “MATARÉI”. Salvo rari casi, però, non siamo furiosi, “da ménà via”, ma solo un tantino esagitati, perché fieri della nostra identità.
Sandro Mombelli






