
Hanno agito con estrema umanità, ma è stata riservata loro disumanità. Sono stati fermati a 60-65 miglia da Gaza mentre navigavano in acque internazionali a bordo di barche a vela cariche di cibo e farmaci destinati alla popolazione palestinese colpita da carestia e nel mezzo di un genocidio, eppure sono stati fermati. Non hanno compiuto alcun reato, ma sono stati imprigionati, spogliati di ogni effetto personale, comprese le medicine, vitali per molti di loro, privati per ore di acqua, cibo e sonno, disprezzati, torturati psicologicamente e alcuni percossi con manganelli.
Ora Fabrizio Ceppi, giornalista e skipper di Mendrisio, dopo una missione condotta insieme a 500 attivisti provenienti da 44 Paesi e durata oltre un mese a bordo della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza con il pacifico intento di aprire un corridoio umanitario, siede finalmente sul divano di casa accanto alla moglie Mariasilva, la barba incolta. E offre la sua preziosa testimonianza, ricercando negli occhi e nella luce di tradurre in parole l’escalation di eventi di un’esperienza che ha sfiorato il dramma, fino alla sua liberazione. La prima cosa sono le condizioni attuali di salute. “Sto bene” – dichiara lucido e lineare. “Ho avuto preoccupazioni solo in Turchia – il Paese che ha tratto in salvo una gran parte degli attivisti mettendo a disposizione un aereo sabato mattina 4 ottobre, ndr. – perché la mia glicemia era alta e solo l’indomani ho potuto ottenere l’insulina in una farmacia”.
Partiamo dall’abbordaggio avvenuto mercoledì sera 1° ottobre a 60-65 miglia da Gaza, in acque internazionali, da parte dei militari israeliani. Da quel momento le immagini del canale della Flotilla si sono spente e gli occhi del mondo che vi ha seguiti sono stati lasciati al buio di ogni notizia. Da quel momento il vento è girato. “In realtà il vento per noi, fino a prima dell’abbordaggio, non è mai mutato perché ci stava conducendo dritti verso Gaza” – trova la spontaneità di un sorriso Fabrizio Ceppi, che riprende: “Quello che è cambiato è che ci stavano accerchiando grosse navi isrealiane con parecchie imbarcazioni più leggere. Gradualmente il cerchio si stringeva e hanno dapprima fermato la barca organizzatrice, poi le due di sostegno, trattando male gli equipaggi, quindi poi hanno attaccato la nostra, dapprima con cannoni d’acqua e poi un gruppo di soldati israeliani è salito a bordo prendendo completamente i comandi a motore, conducendoci verso il Porto di Ashdod. Noi non abbiamo mai opposto resistenza. La loro è stata un’azione assolutamente illegale. È stato un sequestro vero e proprio. Mentre sulla barca non abbiamo mai subìto maltrattamenti, diverso è stato all’arrivo il mattino ad Ashdod dopo dodici ore di navigazione: lì, la polizia che ci ha preso a carico, ha buttato con violenza i nostri zaini sull’asfalto, ci ha obbligati a metterci seduti sulle ginocchia su un piazzale con le mani dietro la schiena, col corpo chino e la testa abbassata. Se qualcuno si muoveva veniva subito ripreso, ho visto alle mie spalle qualcuno venir colpito con manganelli e qualcuno con pugni. Penso che fosse primo pomeriggio. Avevamo perso la cognizione del tempo, perché non avevamo più i telefonini che abbiamo buttato in mare”.
Poi cosa è successo? “Ci hanno portati dentro un grande capannone, con un percorso obbligato a serpentone, con diversi tavoli, dove ci hanno perquisiti, ci hanno comunicato di essere accusati di entrata illegale in Israele, un’accusa insensata dal momento che siamo stati portati lì da loro. Lì ho firmato il formulario 72 con la mia avvocata che prevedeva “la deportazione da Isreale”, come viene definita, cioè l’espulsione. Non ho invece dichiarato l’ingresso illegale contenuto in un certificato in arabo. All’ultima postazione ho detto loro che avevo con me le medicine per il diabete e contro l’ictus e, mentre quello che appariva un medico ne aveva riconosciuto l’importanza, la polizia mi ha invece ordinato di abbandonarle lì con lo zaino. Poi mi hanno spinto avanti e infilato in un pullman-prigione con celle anguste, stretto all’interno con altri tre nostri compagni algerini. C’era un caldo torrido e poca aria e solo dopo un’ora ci hanno condotti nel carcere di Ketziot aprendo l’aria condizionata al massimo, ponendoci al gelo. Sono queste le cose che hanno fatto per farci capire che comandavano loro”.
Eravate nel deserto. “Sì, quando siamo arrivati al carcere ci siamo accorti che eravamo vicini a Gaza perché abbiamo visto una gigante nuvola di fumo e abbiamo capito che si trattava dei bombardamenti in corso. Ci hanno portati in un recinto all’aperto e ad uno a uno ci hanno chiamati e ci hanno fatto entrate dentro una tendina a spogliarci e a infilare la tuta da prigioniero. Io sono stato uno degli ultimi. Ho potuto parlare con un infermiere che mi ha misurato la glicemia ed era alta. Ho spiegato che mi erano stati sequestrati i medicamenti e mi hanno dato un’insulina, ma a effetto lento. Non avevano invece niente contro l’ictus. Da lì sono stato subito messo in una cella da 10 posti vuota. Durante la notte sono arrivati altri 11 attivisti della Flotilla, tra loro due italiani, un kuwaitiano, un pachistano, due magrebini e uno della delegazione svizzera rilasciato solo oggi (martedì 7 ottobre, ndr.). C’erano letti ma insufficienti per tutti. L’unica acqua era quella del rubinetto, potabile ma all’Amuchina. Da quando siamo scesi dalla barca fino alla mattina successiva, venerdì 3 ottobre, non abbiamo ricevuto né acqua né cibo. Per un giorno ne siamo stati privati. Solo a quel momento finalmente sono arrivati con qualche fetta di pane e delle uova sode”.
La giornata di venerdì come è trascorsa? “Chiedevamo acqua, ma ci veniva negata. A mezzogiorno ci hanno dato due o tre piatti di tabulè che dovevano bastare per tutti. Un paio dei nostri per protesta hanno fatto lo sciopero della fame. Poi ci facevano uscire dalla cella e rientrare ripetutamente, senza senso. Venivano con i cani che abbaiavano davanti alle porte. Le guardie entravano in cella coi fucili per compiere una dimostrazione di forza. Gridando e gridando, sempre gridando alle nostre orecchie in ebraico. La nostra delegazione svizzera è stata portata all’incontro con il console, ma è durata meno di un minuto”.
Come si può qualificare il comportamento del Dipartimento federale degli affari esteri? “Nettamente insufficiente. La carenza più grave è che non c’è stata nessuna comunicazione del DFAE alle nostre famiglie”.
Come è avvenuta la liberazione? “Venerdì notte sul sabato 4 ottobre molti di noi hanno potuto lasciare le celle. Ci hanno caricato su un pullman molto più arioso di quello dell’andata. Abbiamo ricevuto un po’ d’acqua. Una volta giunti in aeroporto ci siamo sentiti finalmente liberi. Quando abbiamo visto l’aereo turco – oltretutto la Turchia ha pagato tutto, volo e albergo – ci siamo sentiti salvi. La Svizzera non ha speso un solo centesimo”. Qual è ora la speranza? “Che la guerra cessi. Che la popolazione di Gaza non debba più temere a ogni secondo di essere uccisa. E che il movimento della Flotilla prosegua, dopo le tante manifestazioni oceaniche di sostegno in più parti del mondo, per continuare ad aiutare Gaza. Se non lo fanno i Governi, almeno tante persone lo stanno facendo. Era questo il nostro obiettivo”.







