Spedizionieri in sciopero: i fatti di Chiasso

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La copertina del libro di Valerio Agustoni

Venerdì 5 maggio, alle 20.15, nell’aula Magna della Scuola media di Stabio, l’archivio della memoria di Stabio organizza una serata dibattito sul tema “Origine e conseguenze dello sciopero degli spedizionieri del 1936, scenari passati, presenti e futuri”, prendendo spunto dalla recente pubblicazione di Valerio Agustoni “Cronaca di uno sciopero – Gli spedizionieri di Chiasso nel 1936”, di cui riferiamo con un approfontimento, qui sotto. L’incontro, incentrato sul passato, il presente e il futuro delle Case di spedizione della nostra regione e sul Contratto collettivo di lavoro, prevede l’intervento di Valerio Agustoni, autore del libro; Dante Peverelli, già sindacalista dell’OCST e Fabio Maciocci,  direttore della Casa di spedizioni Carugati di Chiasso e presidente dell’ATIS (Associazione Ticinese Imprese di spedizione e logistica).

• In pochi sanno che nel 1936 più di 500 spedizionieri incrociarono le braccia. La vicenda è stata ricostruita da Valerio Agustoni nel libro Cronaca di uno sciopero, gli spedizionieri di Chiasso nel 1936,  (ed. Società impiegati di commercio).

Chiasso, in quegli anni contava 6625 (in base al censimento del 1930) abitanti.
Grazie alla “Convenzione del Gottardo”, la sua stazione, con Luino, nel 1873 divenne “internazionale”, il che significava la presenza sul suo territorio dei servizi ferroviari, doganali, postali, telegrafici e di polizia dei due Stati. Chiasso, rispetto a Como, si aggiudicò la stazione per diritto di reciprocità: una in Italia (Luino) e una in Svizzera, Chiasso appunto. Il ruolo internazionale della stazione permise di sviluppare una serie di traffici che fecero di Chiasso la porta d’entrata d’Italia.
Nel 1936, un episodio internazionale giocò un brutto scherzo all’economia della cittadina di confine. Si trattò dell’embargo decretato dalla Società delle nazioni nei confronti dell’Italia che nel 1935 invase l’Etiopia.
Agustoni lascia parlare le fonti, in particolare i giornali dell’epoca: “Vita Nuova”, settimanale chiassese, nel febbraio del 1936 osservava: In pochi mesi l’applicazione delle sanzioni ha stroncato completamente i rapporti commerciali fra l’Italia e i Paesi sanzionisti, il transito attraverso il Gottardo è limitato al poco traffico italo-svizzero e italo-germanico e siamo già giunti, disgraziatamente, al licenziamento in massa degli impiegati e dei fattorini di importantissime case di spedizioni. (…) Il quotidiano socialista “Libera Stampa”, pubblicò regolarmente notizie sulla situazione di Chiasso. Nell’aprile, in un articolo dal titolo “Spedizionieri, situazione veramente triste”, si soffermò sulle paghe appena sufficienti per vivere, indicando quelle di un procuratore e di un capo contabile in 250 fr. mensili e quella di cassiere in 100 fr. mensili (per non parlare di chi aveva mansioni meno importanti).
L’esasperazione degli impiegati sottoposti a ulteriori tagli sugli stipendi era tale da generare il terreno fertile per l’azione sindacale che condusse allo sciopero.
In un’assemblea dal sottogruppo impiegati spedizionieri della locale Società dei commercianti (500 impiegati presenti) venne votato un ordine del giorno che condusse il Comune a intervenire presso il Consiglio di Stato e questi al Consiglio federale che ricevette una delegazione del Cantone e del Comune di Chiasso.
In aprile scese in campo il sindacato FCTA (Federazione dei lavoratori del commercio, dei trasporti e dell’alimentazione) richiamando la grave situazione delle Case di spedizione, denunciando che il riequilibrio del bilancio delle ditte avveniva con la riduzione degli stipendi e il licenziamento del personale.
Le riunioni si susseguirono e gli impiegati avanzarono la proposta per un Contratto collettivo che le Case di spedizione non vedevano di buon occhio.
La sera del 26 giugno 320 impiegati, riuniti in assemblea presso il ristorante Colonne, informati sulla irremovibilità della parte padronale approvarono la proposta di sciopero.
Anche grazie all’intermediazione dell’Ufficio cantonale di conciliazione il 29 giugno venne ratificato il Contratto collettivo di lavoro.

Valerio Agustoni non si limita alla cronaca dell’episodio, ma lo inserisce nel quadro economico dell’epoca, partendo dalla grande crisi degli anni Trenta.
Il crollo della borsa di Wall Street dell’ottobre del 1929, oltre a peggiorare la crisi economica americana, investendo anche il sistema produttivo, ebbe effetti negativi anche sulle economie europee, in ripresa dalle conseguenze della prima guerra mondiale.
La causa fu il ritiro dei capitali americani dai mercati finanziari europei e la concorrenza dei prodotti d’oltre oceano, fortemente ribassati in seguito alla crisi.
Gli Stati europei reagirono in modo diversificato e senza alcun coordinamento.

In Svizzera, la crisi colpì l’industria d’esportazione, sensibile alla diminuzione del potere d’acquisto estero e al ricorso di molti paesi a misure protezionistiche. La recessione toccò inizialmente l’industria tessile, orologiera e alimentare, seguite poi dall’industria delle macchine. Parallelamente diminuirono le importazioni influenzate dal calo della domanda indigena e dai contingenti introdotti dalla Confederazione a partire dal 1931. La crisi si accentuò nel 1932 con la contrazione delle costruzioni pubbliche e private. Anche il turismo ne subì le conseguenze, così come l’agricoltura.
Gli stipendi (in molti casi il salario era appena sufficiente per coprire i bisogni vitali)  subirono una flessione che si situò fra il 6 e il 10 percento (un effetto notevolmente inferiore agli altri Stati dove il calo fu fra il 15 e il 30 percento).
In Svizzera si passò dagli 8’000 disoccupati del 1929 (0.4%) ai 124’000 (4.8%) del 1936.
Si svilupparono le Casse di disoccupazione, istituite in base alla Legge federale del 1924, che versavano indennità pari al 60 percento del guadagno assicurato per le persone con famiglia a carico e al 50 percento per le altre persone, durante un periodo massimo di 90 giorni. Durante la crisi degli anni Trenta il maggior rischio di disoccupazione incoraggiò l’affiliazione: in pochi anni la copertura salì al 28 percento delle persone attive. Tuttavia, la maggior parte dei lavoratori e soprattutto delle lavoratrici ne rimaneva ancora esclusa.
La tendenza globale alla recessione si interruppe quando nel settembre del 1936, seguendo l’esempio di altri Stati europei, il franco venne svalutato del 30 percento: i prodotti svizzeri ridivennero nuovamente competitivi e anche il turismo iniziò a riprendersi.
Il Ticino, a partire dai fallimenti bancari del 1914, si trovò confrontato con una crisi strutturale permanente che terminerà solo con il secondo dopoguerra.
Dopo la prima guerra mondiale i prezzi dei beni di consumo aumentarono del 150 percento. Le industrie chiusero o caddero in una grave crisi. Una lieve ripresa si delineò dal 1923 al 1929 con un aumento del numero delle persone attive nell’industria orologiera e soprattutto nell’industria del tabacco e dell’abbigliamento.
Secondo il censimento federale del 1929, il settore terziario ticinese era dominato dal settore alberghiero con 2’136 stabilimenti che occupavano 6’200 addetti. 48 istituti bancari e assicurativi occupavano 500 dipendenti. Il settore dei trasporti con 770 aziende dava lavoro a 4’773 persone. Nelle amministrazioni le persone occupate erano 3’773.
A partire dagli anni 1931-1932 la situazione congiunturale cantonale si deteriorò rapidamente.
La disoccupazione in Ticino aumentò maggiormente rispetto alla media svizzera. Nel 1936 si raggiunse la punta massima dell’11 percento della popolazione attiva contro il 5 percento della media nazionale.
Il Cantone registrò un peggioramento della situazione economica e del mercato del lavoro verso la fine del 1930. Si dotò di una legge di sussidio alle casse di assicurazione contro la disoccupazione che prevedeva anche la creazione di un fondo di crisi.

Marzio Bernasconi, nella prefazione, tra l’altro scrive: L’abilità nel proporre una cronaca risiede proprio in quel modo così caratteristico di lasciar parlare le fonti con grande scorrevolezza e piacere di lettura, che è poi l’anelito di chiunque si occupi di ricerca. Questa pubblicazione è esattamente nello stile tanto apprezzabile, poiché ha la peculiarità di essere un documento di vita vissuta (…).

Claudio Moro, presidente della SIC (Società impiegati di commercio) editrice del libro, nell’introduzione sottolinea: In tutti i settori economici e nell’interesse generale, è oggi importante saper rilanciare il valore del partenariato sociale tra datori di lavoro e dipendenti, per arrivare anche a una più ampia e diffusa adozione di contratti collettivi di lavoro.

Per terminare diamo la parola all’autore della stimolante pubblicazione.
Per oltre vent’anni ho diretto la Società degli impiegati del commercio che fu una delle due associazioni firmatarie per conto dei dipendenti del contratto collettivo di lavoro del 1936. A ottant’anni da quegli avvenimenti mi è sembrato interessante ripercorrere quella vicenda sviluppatasi in un settore economico già allora dominante per Chiasso e che probabilmente la popolazione di oggi si è scordata. Attingendo ai documenti d’archivio – invero non molti – e soprattutto alle cronache dell’epoca ho ripercorso gli avvenimenti inserendoli in quel contesto economico-sociale nazionale ed europeo importanti per comprenderli.

Cronaca di uno sciopero, gli spedizionieri di Chiasso nel 1936 lo si può acquistare presso le librerie “Leggere” e “Cartolibro” di Chiasso.
Servizio a cura di Guido Codoni