“Chi non sa tacere nuoce alla patria! Il Ticino e la Seconda guerra mondiale tra censura, autocensura e rimozioni” è il tema che verrà affrontato lunedì sera 13 aprile a Mendrisio, dallo storico Adriano Bazzocco, già autore di importanti pubblicazioni su argomenti riferiti al passato ticinese in relazione ai conflitti mondiali e al contrabbando. Ad organizzare la conferenza è il Circolo di cultura Mendrisio e dintorni. Si terrà lunedì 13 aprile alle 20 a LaFilanda.Il relatore ci introduce al tema della serata.
Il 19 maggio 1940, mentre le truppe tedesche invadono la Francia, il presidente del Consiglio di Stato Isidoro Antognini lancia da Radio Monte Ceneri un appello per riaffermare la volontà di difesa del Paese. Il discorso si conclude con un monito alla popolazione: «Un affisso, che porta come emblema il casco d’acciaio dei nostri soldati, ci dice: “Chi non sa tacere nuoce alla Patria”. Questo saggio ammonimento sia sempre presente alla nostra mente. […] Invitiamo tutti a tacere, nel senso di ridurre al minimo le conversazioni pubbliche e private intorno a argomenti anche lontanamente riguardanti la difesa del paese […] I tempi eccezionali che attraversiamo impongono il più stretto riserbo come norma di contegno nell’interesse superiore del paese. Tacendo e denunciando eventuali eccessi di chi non sapesse tacere, non si rinuncia a nessuna idealità o convincimento proprio.»
Lo slogan «chi non sa tacere nuoce alla Patria», diffusissimo e da tutti conosciuto, era riferito alla tutela del segreto militare. Ma l’interpretazione che se ne dava era molto più ampia. Le autorità assegnarono a questo slogan il significato di precetto politico e morale sull’osservanza di una sorta di neutralità delle opinioni. Davanti al Parlamento il consigliere federale Giuseppe Motta aveva affermato: «La neutralità è una massima dello Stato e non dell’individuo. Ma, senza dubbio, avrete già constatato più di una volta che se l’opinione pubblica di un Paese, che si dichiara perennemente neutrale, non segue la linea di condotta dello Stato, rischia di compromettere la sua neutralità». Dal cittadino si esigeva, sempre secondo le parole di Motta, «una disciplina volontaria nell’esprimere i propri pensieri, per il bene del Paese».
Nelle piazze, negli esercizi pubblici, nei luoghi del tempo libero i cittadini erano invitati al più stretto riserbo. In un’ordinanza emanata nell’agosto 1943, ad esempio, il Municipio di Chiasso raccomandò «vivamente a tutti gli abitanti, senza distinzione alcuna di nazionalità, di astenersi dall’esprimere giudizi sull’operato dei Governi, Capi di Stato esteri, ecc. e di discutere di politica internazionale con parole men che prudenti» e vietò «gli inutili assembramenti nelle piazze pubbliche».
La neutralità delle opinioni era contraria ai principi di uno Stato democratico. Nella situazione di grande pericolo, i cittadini erano piuttosto esortati ad allinearsi volontariamente alla concezione ufficiale della neutralità. Ma, ovviamente, il richiamo all’autocensura per evitare commenti inopportuni negli organi d’informazione o sulle pubbliche piazze che potessero creare complicazioni nei rapporti con le minacciose potenze dell’Asse non era sufficiente. Si rendeva necessario un sistema di sorveglianza con interventi coercitivi.
Il Consiglio federale istituì la Divisione Stampa e radio con l’incarico di vigilare sugli organi di informazione. Per la sorveglianza della stampa ticinese fu costituito un Ufficio sotto la direzione del capitano Antonio Antognini, che rivestiva la carica di consigliere nazionale e di presidente del Partito conservatore democratico ticinese (l’attuale Centro). L’Ufficio stampa era composto dall’avvocato Emilio Rava, in qualità di supplente, dal redattore di Popolo e Libertà Amedeo Boffa, in qualità di collaboratore, e da quattro «lettori»: il giornalista di Avanguardia Felice Rossi, il redattore del Corriere del Ticino Basilio Biucchi, l’avvocato Camillo Beretta e il redattore del Giornale del Popolo Augusto De Maria. È paradossale: la vigilanza era perlopiù affidata a giornalisti, chiamati a censurare altri giornalisti. Questa sovrapposizione di funzioni, apparentante inconciliabili, è stata in realtà espressamente voluta e ricercata. Le autorità preposte alla censura si sono sempre sforzate di coinvolgere nel modo più ampio possibile gli operatori dei media. L’idea era quella di integrarli in un sistema di controllo cogestito che facesse leva sul loro senso di responsabilità nel nome degli «interessi superiori del Paese» e della «difesa della Patria». Lo spirito dell’attività della censura non era repressivo, bensì collaborativo. Antognini e il suo supplente intrattenevano frequenti contatti con tutte le redazioni per informare, spiegare, convincere, invitare ad abbassare i toni. Le sanzioni erano inflitte soltanto quale ultima ratio. Non mancarono i conflitti e i battibecchi, in particolare con il quotidiano socialista Libera Stampa, ma nel clima di paura e accerchiamento, i giornali ticinesi moderano i toni.
La censura aveva lo scopo di imporre equidistanza di giudizio sui due blocchi belligeranti per garantire il rispetto della neutralità. Ma la minaccia proveniva dagli Stati totalitari, dunque si trattava soprattutto di smussare le critiche degli oppositori del fascismo italiano e del nazismo. La stragrande maggioranza degli interventi dell’Ufficio stampa riguardarono infatti articoli critici nei confronti delle potenze dell’Asse o elogiativi nei confronti degli Alleati.
Gli argomenti più controversi e maggiormente soggetti a divieti erano quelli relativi alla politica estera e alla salvaguardia dei segreti economici e militari. Le maggiori infrazioni riguardavano le critiche che potevano minare il prestigio dell’esercito, oppure la diffusione di indicazioni in violazione al segreto militare, ad esempio dettagli sulla dislocazione della truppa, gli effettivi, i comandi e le istallazioni militari oppure commenti sull’attività dei tribunali militari, sulle misure per la difesa dello Stato, sulle decisioni dei vertici militari. Ma gli argomenti nettamente più problematici, che diedero luogo alle sanzioni più gravi, furono quelli relativi alla politica estera, ad esempio, la scelta unilaterale delle notizie a favore di uno dei blocchi belligeranti, l’offesa di Stati o governi stranieri, le critiche infondate nei confronti di Stati stranieri, la diffusione di propaganda straniera, i consigli e «lezioni» impartite a Stati stranieri.
La censura e l’autocensura nel nome della neutralità hanno avuto un impatto, benché difficile da valutare, sulla costruzione della memoria collettiva. Al termine della guerra, nelle ricostruzioni memorialistiche, come il fondamentale libro del colonnello Antonio Bolzani «Oltre la rete» (1945) o la monumentale opera sulla mobilitazione del colonnello Vigezzi «La Svizzera in armi» (1946), gli aspetti critici sono rimossi attraverso vere e proprie forme di censura e autocensura. Si afferma l’immagine positiva e rassicurante, perfino autocelebrativa, del «grandioso capitolo della carità elvetica» (Bolzani), quella di un Ticino accogliente e umanitario. Il disagio che ancora accompagna il nostro sguardo sulla Seconda guerra mondiale nasce dallo scarto tra questa narrazione dominante e la realtà più complessa e decisamente meno eroica che ci propongono gli storici.
Adriano Bazzocco







