
Dopo avere presentato il suo studio a Berna, lo storico di Morbio Inferiore Adriano Bazzocco approda ora a LaFilanda di Mendrisio, dove, sabato 6 dicembre alle 17, incontrerà il pubblico della sua terra d’origine, il Mendrisiotto. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui per saperne di più sul suo studio.
Adriano Bazzocco, il suo libro colpisce fin dal titolo: com’è possibile fare la «storia sociale» di un reato?
Il contrabbando tradizionale, quello degli spalloni, s’innervava profondamente nelle società di confine, sia in Italia che in Svizzera. Smuoveva enormi interessi economici e mobilitava una moltitudine di persone disposte a porsi senza alcuna remora al di fuori della legalità. Non suscitava la benché minima riprovazione morale. Allora, studiare il contrabbando come fenomeno di storia sociale non solo è possibile, ma è il modo più proficuo o forse è perfino l’unico modo per capirne le ragioni profonde.
Appunto, quali sono le ragioni?
C’è una prima ragione molto evidente, credo nota un po’ a tutti. Gli spalloni provenivano dai villaggi italiani della fascia di confine, che erano luoghi economicamente depressi. Quello che li spingeva a contrabbandare era la miseria. Accanto all’emigrazione, permanente o temporanea, il contrabbando è stato un’opzione delle classi subalterne per lenire situazioni di povertà endemica. Ma anche per far fronte a difficoltà contingenti e congiunture negative: il contrabbando era una specie di spugna che poteva assorbire e rilasciare forza lavoro a seconda del bisogno.
Ma se era esercitato per necessità, perché sanzionarlo? Non ha alcun senso che la legge sanzioni un comportamento che un’intera società accetta.
Non solo accetta, ma addirittura esalta. E qui veniamo alla seconda ragione. Le leggi le fa il Governo centrale. E Roma è sempre stata percepita come qualcosa di distante, totalmente insensibile ai problemi del territorio, ma ben presente per drenare imposte e rubare uomini da mandare nell’esercito. Il contrabbando è dunque una sfida lanciata al Governo centrale. È un’affermazione della propria identità. Nella seconda metà dell’Ottocento le nuove idealità dello Stato-nazione non fanno breccia. La patria è e resta il villaggio, la valle.
Ma entriamo meglio nel merito di questo fenomeno. Come veniva svolto il contrabbando?
I contrabbandieri giungevano in Svizzera nel corso del pomeriggio e, in attesa del calar della notte, si rifocillavano nelle osterie e sistemavano il loro «equipaggiamento». Avevano infatti i loro attrezzi del mestiere. Innanzitutto, l’oggetto simbolo del contrabbando: la bricolla, una specie di zaino del peso di 25-30 kg in cui erano confezionate le merci. Poi i peduli in tela di juta, che eran particolari calzature per limitare al massimo il calpestìo e non lasciare tracce. Infine, il bastone per reggersi meglio sotto il peso della bricolla e la roncola tenuta sempre a portata di mano per recidere rapidamente gli spallacci della bricolla, abbandonare il carico a terra e darsi alla fuga in caso di attacco da parte dei finanzieri.
E le bricolle che merci contenevano?
Perlopiù zucchero, caffè e, ovviamente, tabacchi, vale a dire beni che in Italia erano estremamente cari perché venduti in regime di monopolio oppure assoggettati a ingenti tributi fiscali.
Al calar della notte che succedeva?
Protetti dalle tenebre gli spalloni partivano sotto il peso della bricolla verso l’Italia. Per eludere la sorveglianza dei finanzieri non seguivano i comodi sentieri, ma sconfinavano nei luoghi più discosti e impervi. Le operazioni potevano durare numerose ore o anche giorni e avvenivano in tutte le stagioni, anche sotto la neve. Il contrabbando era dunque un’attività molto faticosa e pericolosa, tutt’altro che «romantica». Molti sono gli spalloni rimasti sepolti da valanghe, morti assiderati, precipitati in burroni. Le merci finivano poi spesso sui mercati lombardi, magari a Milano.
Nel Mendrisiotto la memoria sul contrabbando è ancora molto viva. Quali sono state le ricadute economiche per la Svizzera dei traffici di frodo verso l’Italia?
Il contrabbando ha condizionato in profondità lo sviluppo del tessuto socioeconomico. Si pensi, ad esempio, a uno dei principali settori industriali del Ticino, quello del tabacco. Ebbene le manifatture sono impiantate nella seconda metà dell’Ottocento a ridosso del confine, nel Mendrisiotto o a Brissago, anche per la vicinanza alle vie del contrabbando. Lungo il confine si sviluppa poi una moltitudine di negozi e osterie che fanno affari con il contrabbando. O ancora, nella Valle di Muggio gli alpeggi sulla sponda orientale fungevano da magazzini del contrabbando. Sul Bonello, Bolla, Cavazza, Loasa e in altri alpeggi ancora, accanto a mucche, latte e formaggio, trovavano posto caffè, zucchero e tabacco. In tal modo i conduttori degli alpi integravano il loro magro reddito dell’agricoltura alpestre. Insomma, di qua e di là del confine, grazie al contrabbando in molti sono riusciti a sbarcare il lunario. E, come sempre accade in questi casi, alcuni hanno fatto anche grandi affari.
“Spalloni e bricolle” a LaFilanda
• Il libro di Adriano Bazzocco Spalloni e bricolle sarà presentato al pubblico ticinese sabato 6 dicembre alle 17 a LaFilanda di Mendrisio. Relatori saranno: Sacha Zala, direttore di Dodis, professore in storia all’Università di Berna e presidente della Società svizzera di storia; Verio Pini, presidente di Coscienza Svizzera, mediatore culturale e ricercatore indipendente; Adriano Bazzocco, giurilinguista presso la Cancelleria federale svizzera, storico e ricercatore indipendente. Premio Migros Ticino 2021 per ricerche di storia della Svizzera italiana. Seguirà un aperitivo.
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Adriano Bazzocco, Spalloni e bricolle. Storia sociale del contrabbando al confine tra Italia e Svizzera 1861-1939, Quaderni di Dodis, Berna 2025.
Il volume può essere acquistato online o scaricato gratuitamente in vari formati dal sito: www.dodis.ch/de/q25.







