La cava del “rosso” nelle immagini di Giovanni Luisoni

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Incompiuta in parete 2026©foto Giovanni Luisoni.

Il Patriziato di Arzo, proprietario del sedime delle cave, ha presentato nel maggio scorso un’iniziativa editoriale ed espositiva del fotografo ticinese Giovanni Luisoni. Il progetto è iniziato con il libro intitolato Arzo, la cava del “rosso” edito da Salvioni, una pubblicazione di 160 pagine con oltre 110 fotografie a colori e in bianco e nero, precedute da una doppia introduzione del giornalista e storico dell’arte Dalmazio Ambrosioni.
In concomitanza con l’apparizione del libro, è stata allestita presso il laboratorio-museo della cava di Arzo, una mostra fotografica con una selezione di immagini stampate in grande formato e presentata dal giornalista Antonio Mariotti.
Dopo la pausa estiva, da domani, sabato 5 settembre, l’esposizione sarà nuovamente visitabile fino al 25 ottobre prossimo: sabato e domenica dalle 14 alle 18 (entrata libera); altri giorni su appuntamento (079 579 34 85 – 079 409 99 41).

Libro e mostra testimoniano che, nel solco della sua secolare attività, la cava si è trasformata da luogo di lavoro in uno spazio espositivo nel quale la storia rivive e si collega all’attualità. Un po’ grazie alla sistemazione progettata, come l’intero comparto delle cave, dall’architetto Enrico Sassi in modo che possa essere visitato e utilizzato per attività culturali e sociali, un po’ perché fa parte a pieno titolo del comprensorio del Monte San Giorgio, dal 2003 Patrimonio dell’Unesco. Il che rafforza il concetto che il territorio delle cave di Arzo costituisce una forte testimonianza storica delle fatiche, del duro lavoro di escavazione, lavorazione e trasporto della caratteristica pietra, che ha impegnato generazioni di operai con le diverse competenze, consentendo loro di mantenere e crescere le proprie famiglie e nel contempo di portare il nome di Arzo in tutta Europa e nel mondo.
Luisoni con le sue fotografie ha indagato la pietra e i luoghi da cui veniva estratta. Ha posato lo sguardo su vuoti e pieni, rocce e tagli, sui segni di presenze lontane; su quel che resta degli strumenti di lavoro e su quello che nel suo complesso si può definire un luogo di archeologia industriale. Da una parte lo inserisce in una regione, il Mendrisiotto, che conosce bene e che da decenni va documentando con la sua storia, la sua civiltà. Dall’altra, si immerge in quel “personaggio” che sono le cave di Arzo, e specificamente nella cava del “rosso” come in un familiare albero genealogico cogliendone il senso della fine, ma, con geometrica precisione, anche la premonizione d’un nuovo inizio, in effetti già avviato.
Lo si capisce dal fatto che Luisoni in tutti i suoi scatti ci mette il cuore oltre alla competenza tecnica e interpretativa. Il motivo è semplice. È parte di quel Mendrisiotto che è casa sua: l’ha fotografato, continua a fotografarlo, lo insegue nel suo continuo trasformarsi.
“Con queste immagini – scrive Dalmazio Ambrosioni – Giovanni Luisoni recupera quel che rimane d’una pietra che per secoli ha decorato Cattedrali come quelle di Milano e Como, ma anche un numero infinito di chiese e cappelle, in particolare con balaustre, acquasantiere e fonti battesimali, oltre a palazzi signorili dove il “marmo” – in verità in termini geologici una “breccia”, una roccia sedimentaria ben colorata dove prevale il rosso – veniva utilizzato soprattutto per camini e rivestimenti, colonne e decorazioni. Dapprima nel territorio prealpino, poi nei cantieri di tutta Europa dove le qualità denominate Broccatello e Macchiavecchia, erano sinonimo di qualità della pietra, ma anche di maestria artigianale ed artistica”. Per poi affermare che “questo nuovo progetto di Giovanni Luisoni su Arzo e le sue cave, costituisce l’ulteriore capitolo d’un rapporto filiale verso questo territorio all’estremo sud della Svizzera, che caparbiamente difende la sua identità”.