Il cinema specchio del mondo

0
91
Tra i premiati, anche il regista ticinese Domenico Singha Pdroli, che si è aggiudicato il pardino d’oro SSR-SRG per il miglior cortometraggio: “Typhoon Mambo” che tematizza l’intelligenza artificiale. Nell’immagine un frammento del film.

Il sipario è calato sulla 79esima edizione del Locarno Film Festival (superate le 150 mila presenze), ma ora le opere si apprestano a girare nel circuito mondiale e nelle logiche del mercato della settima arte, con certamente un approdo anche nelle sale alle nostre latitudini e sul piccolo schermo, parliamo in particolare delle produzioni svizzere (ci arriviamo). Con 233 film in programma, 103 dei quali in prima mondiale, il Festival ha confermato la propria vocazione internazionale e, insieme, quella capacità rara di trasformare una rassegna cinematografica in un luogo di confronto, riflessione, di sguardi sul presente.
Il Pardo d’Oro è andato al rumeno You Don’t Belong Here (Nu e locul tau aici) di Florin Serban, un film di 154 minuti che mette al centro il rapporto vertiginoso e doloroso fra un padre e un figlio adolescente. Marius, medico e padre solo, scopre progressivamente una realtà del figlio che non conosceva: violenza, rabbia, appartenenza a una banda di giovani mascherati, fino al sospetto di un omicidio. È una relazione familiare che diventa così una lente attraverso cui osservare una società attraversata dall’intolleranza. Il padre non riesce più a riconoscere il figlio; il figlio sembra non riconoscere più il mondo del padre.
Oltre alle relazioni famigliari, Locarno ha tematizzato anche le fratture del presente, dalla guerra in Ucraina alla tragedia palestinese, fino all’Iran sottoposto alla repressione. In evidenza, Ãsheghetam, corto franco-svizzero ambientato in una notte clandestina di Teheran, dove una coppia queer cerca rifugio nell’illusione amorosa, mentre fuori incombono la polizia morale e la guerra. Una frase pronunciata da uno dei protagonisti resta addosso più di molte immagini: “Libero è solo chi è morto”.
Ma qual è la sorte di questa messe di film una volta spente le luci di Locarno? Li (ri)vedremo davvero nelle nostre sale, sulle piattaforme, sul piccolo schermo? È qui che la presenza della Svizzera e del Ticino acquista un significato particolare. Un titolo come Il Cileno di Sergio Castro San Martín, presentato in Piazza Grande, ha le carte per proseguire il suo viaggio. La coproduzione Italia-Cile-Svizzera, prodotta da dispàrte, EQUECO e Cinédokké in associazione con Redibis Film e realizzata anche con il sostegno della RSI, sarà distribuita da Fandango a partire dal 27 agosto. Ambientato nel 1976, tra il Cile della dittatura di Pinochet e una Torino attraversata dalle tensioni degli Anni di piombo, Il Cileno porta al centro memoria storica, militanza e identità. Aldo Marín, socialista cileno costretto all’esilio, lascia moglie e figlio appena nato e approda a Torino, dove la sua competenza nella fabbricazione di esplosivi diventa insieme una risorsa e una maledizione. Il passato politico, il terrorismo, gli amori e il rapporto con la famiglia si intrecciano in una storia che interroga il peso delle scelte individuali sulla memoria delle generazioni successive.
C’ è inoltre il confortevole premio ottenuto dal Ticino, con l’approdo nel palmarès di Typhoon Mambo, il cortometraggio di Domenico Singha Pedroli, regista luganese formatosi anche all’Accademia di architettura di Mendrisio, premiato con il Pardino d’Oro SSR-SRG per il miglior cortometraggio svizzero. Il film, girato in Thailandia, racconta Rusmee, una vedova che continua a dialogare con il marito defunto attraverso un chatbot di intelligenza artificiale. Sarà l’arrivo di Fa, la sua ex badante, a permettere alla donna di liberare i ricordi e accettare finalmente la perdita. È un piccolo apologo contemporaneo di grande efficacia: nell’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette di conservare voci, volti e tracce di chi non c’è più, sono ancora le relazioni umane a rendere possibile il lutto. In altre parole, almeno qui, l’humanitas batte l’IA. Tra i titoli più significativi resta anche Ketticè di Giovanni Tortorici, ambientato a Palermo e dedicato alle difficoltà dell’adolescenza e, specularmente, a quelle della genitorialità. Monica Bellucci, nei panni della madre di Giulio, è stata premiata per la migliore interpretazione: una prova che restituisce fragilità e complessità a una figura materna lontana da ogni stereotipo. In Piazza Grande, infine, il premio del pubblico ha eletto Frank & Louis di Petra Volpe, fra i titoli più attesi della selezione svizzera.
Ora lo sguardo si sposta al 2027. L’80esima edizione sarà un compleanno tondo, simbolicamente importante, ma soprattutto una responsabilità e una nuova possibilità – chissà – di mettere ancora una volta in relazione mondi lontanissimi, guerre e amori, padri e figli, memoria e futuro, intelligenza artificiale e uno sterminato bisogno di umanità.