
Alta la tensione che serpeggia fra parecchie industrie del Mendrisiotto, a seguito della decisione di Donald Trump – entrata ieri in vigore ieri – di imporre dazi al 39% per le merci esportate verso gli Stati Uniti. Rispetto al resto della Svizzera, nella regione più a sud del Ticino, infatti, si concentra un particolare numero di raffinerie d’oro e metalli preziosi, orologeria nonché di prodotti farmaceutici, proprio tre settori che appaiono fra i più esposti alle scelte imprevedibili del tycoon. Sono rientrati nelle ultime ore dal viaggio dell’ultimo minuto a Washington, i due Consiglieri federali elvetici Karin Keller-Sutter e Guy Parmelin. Allungare i tempi per una decisione definitiva e salvare il salvabile: questo era l’obiettivo dei due ministri svizzeri.
Il nuovo dazio doganale prospettato da Trump è nettamente superiore alla media di quello previsto per Paesi comparabili al nostro e, secondo le stime di questi giorni, potrebbe avere conseguenze pesanti sul fatturato di molte imprese anche a livello locale. Quale clima si respira dunque fra le aziende del Mendrisiotto? “No, non abbiamo avuto contatti o richieste di informazioni o sostegno da parte delle imprese del Mendrisiotto. Invece ad interpellarci in questo momento sono i giornalisti” spiegano i referenti per l’AITI, Associazione Industrie Ticinesi che conta 230 imprese associate. Probabilmente le industrie attendono che le bocce siano ferme per prospettare il futuro. Ci spostiamo direttamente sul settore farmaceutico (rispetto al quale Trump ha anticipato dazi che lieviteranno ancor di più in futuro) e facciamo riferimento alla Sintetica di via Penate a Mendrisio. Qui il clima è di attesa ma anche di una certa preoccupazione. In che misura siete collegati agli Stati Uniti? “Abbiamo una buona clientela in America dove esportiamo il 15% del nostro prodotto” riferisce Adriano Agustoni direttore della Comunicazione e delle Risorse umane all’interno dell’azienda. L’impresa ha una storia di oltre 100 anni alle spalle (è nata nel 1921). “Vi distribuiamo in particolare 5 o 6 prodotti farmaceutici e lo facciamo noi direttamente. È importante far passare il marchio svizzero. Proprio da qualche mese abbiamo chiuso i rapporti con un distributore commerciale al quale ci appoggiavamo negli Stati Uniti”. Cosa vi preoccupa maggiormente? “In questo momento può pesare l’incertezza di non conoscere in via definitiva quale sarà la differenziazione rispetto agli altri Paesi. Come ci poniamo ad esempio rispetto al resto dell’Europa? In Svizzera il costo del lavoro è alto, così come vige il franco forte. Se aggiungiamo i dazi prospettati, può profilarsi un discorso di concorrenza da parte di altri Paesi”. Giornate più serene invece per aziende come la MedicAir Suisse di via Laveggio sempre a Mendrisio dove ci dicono “No, noi non esportiamo in America. Lavoriamo soprattutto in ambito svizzero, nel campo dei servizi assistenziali e nella gestione di terapie sanitarie a domicilio”. Anche nel settore della produzione di orologi vi sono imprese che esportano negli Stati Uniti. Un esempio? La Fabhor Suisse SA, anch’essa ubicata in via Penate a Mendrisio. È l’ora della preoccupazione? I tempi insomma potrebbero farsi più duri per chi lavora anche con gli Stati Uniti.
Metalli preziosi “Per il nostro settore, qualsiasi dazio – anche solo del 10% – sulle esportazioni di oro verso gli Stati Uniti rappresenterebbe un problema, perché non sarebbe più sostenibile dal punto di vista del mercato”. Così Christoph Wild, presidente dell’Associazione svizzera dei fabbricanti e commercianti di metalli preziosi, dichiara a l’Informatore sull’incandescente imposizione di Donald Trump di imporre dazi al 39% nei confronti della Svizzera a far stato dal 7 agosto, tema che preoccupa le aziende e sta mobilitando e agitando la politica.
La posta in gioco è altissima. Basti pensare che tre delle quattro raffinerie presenti in Svizzera – strettamente collegate al settore dell’orologieria, della gioielleria e a quello delle banche – hanno sede nel distretto e contano complessivamente qualcosa come 1100 lavoratori: si tratta della Valcambi Sa di Balerna (che tuttavia dal novembre 2023 non è più affiliata all’associazione mantello), della Argor-Heraeus di Mendrisio e della MKS Pamp di Castel San Pietro.
L’Associazione ha reagito sin dallo scorso inizio di aprile, dal momento in cui il presidente degli Stati Uniti Trump ha aperto la “guerra dei dazi commerciali”. L’obiettivo del sodalizio è di mantenere l’esenzione da dazi per l’esportazione di oro negli USA. Ma il problema è che l’oro pesa parecchio nella bilancia commerciale, più precisamente le esportazioni dalla Svizzera del metallo prezioso aggravano il deficit commerciale che Washington ha con la Confederazione e che attualmente si aggira attorno ai 40 miliardi di dollari.
Come uscirne, dunque? “Quello che ritengo importante adesso – evidenzia Wild – è di rimanere uniti e di cercare di trovare soluzioni innovative. Sono speranzoso che la Svizzera metta al centro il dialogo con la controparte. Finché ci si parla c’è speranza. Mi auguro che si decida sugli aspetti concreti e non in modo emozionale. Rimango fiducioso che sull’oro si potrà trovare un accordo tecnicamente accettabile”.
Nei giorni scorsi avete contattato la Segreteria di stato dell’economia (SECO). Con quale esito? “Abbiamo discusso più possibilità allo scopo di ridurre il deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno con la Svizzera anche a causa delle esportazioni di metalli preziosi. Con la SECO siamo in stretto contatto”.
In ogni caso, la vittoria sarebbe zero dazi? “Sì”, risponde convinto il presidente dell’Associazione svizzera dei fabbricanti e commercianti di metalli preziosi. “Perché se viene imposto un dazio sull’oro d’investimento, l’affare non sarà, come detto prima, più fattibile… con cui almeno una parte del deficit della bilancia commerciale sarebbe risolta…” – chiosa Christoph Wild.







