Felice Varini trasforma il Museo d’arte e l’effetto è immersivo

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L'artista Varini al Museo d'Arte Mendrisio.

Se l’artista trasforma letteralmente un intero edificio, sin dal luogo di ingresso. Succede – e l’evento non conosce precedenti – al Museo d’arte di Mendrisio. Il risultato? Stupefacente, sensoriale e immersivo: induce il visitatore ad “attraversare” le opere, a trovare il “punto di vista” per vedersi restituito l’effetto preciso ricercato dal pittore.

Parliamo di Felice Varini e della prima grande mostra monografica di ampio respiro, realizzata in Svizzera e in ambito culturale italofono, che lo spazio museale cittadino gli dedica nell’esposizione che si inaugura domani, sabato 9 maggio alle 17, a cura di Barbara Paltenghi e Francesca Bernasconi e dello stesso artista locarnese di fama internazionale, classe 1952 e adottivo di Parigi dove vive dal 1978. Per un mese e mezzo con suoi quattro assistenti, il pittore ha lavorato sul posto, ottenendo “carta bianca”: così la mostra si sviluppa come un intervento totale, occupando tutti gli ambienti del museo: dal chiostro quattrocentesco fino alla sale espositive, concepite come tappe di un percorso unitario e immersivo. Ogni spazio, ogni sala, ogni ambiente architettonico accoglie un intervento specifico, pensato in relazione diretta con le caratteristiche strutturali, volumetriche e architettoniche dell’antico complesso.

Cinquant’anni di carriera attraverso 14 opere
Evidenzia la direttrice Barbara Paltenghi Malacrida, guidandoci nell’esposizione alla vigilia della sua inaugurazione: “Varini è uno fra gli artisti più famosi nel mondo, con interventi a Parigi, Giappone, Corea, Stati Uniti. Gli abbiamo proposto una mostra qui al Museo d’arte, dove racconta 50 anni di carriera attraverso 14 opere diverse, di cui 13 denominate “Actualisation”, riadattamenti già realizzati in altre parti del mondo e una presentata per la prima volta a Mendrisio”.
Si comincia dall’opera “360°” nel chiostro rinascimentale, dove Varini attraverso linee rosse che pervadono gli spazi d’ingresso declama sin da subito l’essenza della sua arte. L’opera è stata “acquistata” dal Centre Pompidou di Parigi- nel senso di acquisizione del concetto e dei diritti, dal momento che parliamo di opere non permanenti, ciò che le rende ancora più preziose.
“Tutte le sue opere – sottolinea la curatrice – hanno una visione allineata in un unico punto di vista, poi appena si esce dal punto di vista l’opera si frantuma”.
Una volta dentro il museo, il visitatore s’imbatte nella seconda opera di Varini di cerchi concentrici che anche in questo caso, come per tutta la mostra, richiede di trovare il suo “punto di vista”. E poi si cammina sotto le volte dipinte dall’artista, si sconfina in tutta l’ampiezza delle sale.
“Lui si definisce un pittore, perché usa i colori e i pennelli” – dichiara la nostra interlocutrice, invitandoci ad osservare la vivacità di ogni singolo segmento tracciato dall’artista, che infonde bellezza e regala un’esperienza sensoriale estetica unica.
L’esposizione si articola come un “viaggio”, che va percorso di sala in sala, di opera in opera, ognuna delle quali sempre concepite con calcolo scientifico e matematico e dai titoli spaziali, fra cui “Ellisse blu”; “Dischi vuoti e semivuoti nel rettangolo”, “Spirale gialla”, “Dischi volanti”.
“Varini realizza l’opposto di quanto facevano i pittori rinascimentali attraverso la sensazione di profondità” commenta ancora la direttrice.
L’esposizione, visitabile fino all’11 ottobre, si arricchisce di una sezione documentaria e di un documentario realizzato appositamente per la mostra che consentono al pubblico di conoscere il modo di procedere artistico di Varini, nonché di un catalogo (italiano/inglese) con saggi di Barbara Paltenghi Malacrida, Paolo Bolpagni e Gianni Biondillo. Numerosi, infine, gli eventi correlati e di mediazione culturale.