“Altrimenti la mamma muore”

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La nuova pubblicazione di Patrick Mancini.

Il protagonista 45.enne è ossessionato dai nastri di polizia bianchi e rossi. Li conta e riconta e devono essere dispari. Altrimenti (si mette in testa lui) la mamma muore. Sullo sfondo della storia, una serie di efferati delitti e nel profondo della medesima, l’esperienza del disturbo ossessivo compulsivo vissuta dall’autore stesso, Patrick Mancini, giornalista e già padre di diverse pubblicazioni. La presentazione al pubblico del libro “Altrimenti la mamma muore” (Flamingo Edizioni) è prevista sabato 22 novembre alle 16.30 dal Libraio a Mendrisio. A moderare l’incontro sarà Mauro Paolocci. In attesa di questa data, chiediamo a Patrick Mancini di avvicinarci al tema che tocca molte più persone di quelle che si possono immaginare.

Come nasce il tuo romanzo thriller “Altrimenti la mamma muore” che è un po’ la cosa più paurosa che si possa immaginare?
«Altrimenti la mamma muore è la frase che mi risuonava nella mente nel corso della mia infanzia e della mia adolescenza. Ho iniziato contando le strisce che separavano una carreggiata della strada dall’altra. Dovevo arrivare fino a cento. Altrimenti, stando a quanto mi mettevo in testa, la mamma sarebbe morta. Poi ho iniziato a controllare se il rubinetto o la porta fossero chiusi, poi se le piastre o il forno fossero spenti. Ripetutamente. E via dicendo. L’ossessivo compulsivo è letteralmente travolto da pensieri intrusivi. Anche molto mentali. Ad esempio pone più volte la stessa domanda in forme diverse in modo da ottenere delle rassicurazioni, delle certezze. E più fa domande, più l’ansia paradossalmente non si placa. Spesso l’ossessivo compulsivo pensa che se non compie certe azioni, succede qualcosa di terribile. La mamma che potrebbe morire diventa la metafora di tutte le possibili catastrofi che l’ossessivo compulsivo si immagina. Un libro dedicato ai disturbi d’ansia non poteva avere un titolo diverso da questo».

Quanto di inventato e quanto di reale c’è nella storia del protagonista Nathan Aruons, 45.enne ossessivo compulsivo, che si trova a contare i nastri bianchi e rossi della Polizia sulla scena di un crimine?
«La storia è tutta inventata. Per quanto riguarda il disturbo ossessivo compulsivo invece è tutto profondamente vero. Chi soffre di questo problema solitamente è una persona normalissima, che ha una vita anche normale. Ma che ha anche una piccola parte di sé terribilmente insicura. Anche io ero e sono così. Col tempo, grazie a un lungo percorso, sono riuscito a trovare degli strumenti pratici, cognitivo-comportamentali, per gestire le mie emozioni, per anticipare quel meccanismo fantasioso che mi porta a queste situazioni. Situazioni che spesso causano una sofferenza interiore indicibile. Certo, a volte l’ossessivo compulsivo riesce a mascherare molto bene il proprio calvario. È sempre stato il mio caso. Quante volte mi sono sentito dire “te sì che vai bene”, mentre dentro di me ero a terra».

Come viene considerato il disturbo ossessivo compulsivo con il quale convivi da anni e quale obiettivo di sensibilizzazione ti poni proponendo al pubblico queste pagine che contengono tre ingredienti: un po’ di thriller, un po’ di vissuto personale (nella forma del DOC) e un po’ di romanzo?
«In queste settimane, durante le mie presentazioni, mi sto rendendo conto che tanta gente si vergogna di soffrire del disturbo ossessivo compulsivo. Preferisce indossare una maschera piuttosto che dirlo, per paura del giudizio altrui. Questa paura porta a una doppia sofferenza. Col mio libro vorrei prima di tutto che chi soffre di disturbi d’ansia si sentisse meno solo: c’è una parte del libro, introspettiva, che esprime bene il disorientamento dell’ossessivo compulsivo; in un certo senso si capisce che chi scrive da certe cose “ci è passato”. Allo stesso tempo so che ci sono tante persone che il disturbo d’ansia non sanno nemmeno cosa sia: questo romanzo potrebbe aiutarle a entrare in empatia con chi ne soffre. A capire meglio un famigliare, un partner, un amico, un conoscente. Si stima che nel mondo circa il 2% della popolazione soffra del cosiddetto DOC. Probabilmente la percentuale è molto più alta e la vergogna di ammettere le proprie debolezze sballa le statistiche. Si teme lo stigma, quando in realtà non c’è nulla di cui vergognarsi nell’avere delle fragilità. L’ansia spesso non è capita, è presa come “un capriccio”, come qualcosa “che ci si mette in testa perché non si hanno problemi seri”. In realtà è frutto di quella parte di noi spaventata, che necessita di rassicurazioni, di essere anche accudita. Si può essere ottime persone e ottimi professionisti anche riconoscendo le proprie fragilità. Si può camminare a testa alta anche avendo un disturbo d’ansia. Questo continuo inseguimento della perfezione da parte della società non aiuta, oltre che essere utopico. Ecco perché è fondamentale parlarne pubblicamente».