
È regalando ad ognuno il suo libro – dal titolo “Il Signore ti dia pace” – che don Gianfranco Feliciani si congederà dai suoi parrocchiani di Chiasso durante la Messa del 7 giugno alle 10 in Chiesa parrocchiale. Con in tasca i suoi 74 anni e molte esperienze umane, il prete di origini bergamasche, è parroco della città di confine dal 2001. Andrà in pensione e noi lo andiamo a trovare.
Lei ha annunciato che a raccogliere il testimone sarà il suo vicario di lunga data don Andrea Molteni. La scelta finale spetta al Vescovo mons. Alain de Raemy, giusto?
È andata così: io ho annunciato al Vescovo che ero disposto a passare il testimone e ho convocato l’assemblea parrocchiale comunicando la mia intenzione di lasciare e la convinzione che la successione non debba essere solo una scelta del Vescovo e del parroco partente ma anche del popolo.
Cos’è emerso?
Diciamo che a seguito dell’assemblea, ho informato il Vescovo sul fatto che la popolazione di Chiasso vede nel vicario don Andrea Molteni il successore “naturale” alla guida della Parrocchia. È chiaro che ora la scelta è nelle mani del Vescovo.
Nato nel ‘52 nella Bergamasca e ordinato prete nel 1981, come è arrivato alla vocazione?
Eravamo una famiglia di 6 figli ed io a 14 anni già nutrivo quest’idea ma ero molto espansivo e mi piaceva “strimpellare” con un gruppetto di miei amici. Così papà e mamma – che pure erano persone di fede – mi dicevano “Tu insieme ai preti?” Loro sono stati bravi perché mi hanno invitato a imparare dapprima un mestiere e poi… “farai quello che vuoi” e così ho fatto. Mi sono diplomato come tipografo lavorando alla Tipografia Stucchi di Mendrisio (ndr. presso l’Informatore).
E poi?
Sono entrato nel Seminario diocesano ed ho intrapreso gli studi di Teologia all’Università di Friburgo. Sono stato ordinato sacerdote nel 1981 a Lugano e poi ho iniziato il mio ministero come vicario a Minusio dove ancora suonavamo con un complesso musicale negli oratori della regione. Il nostro idolo era Lucio Battisti ma ci cimentavamo anche con brani nostri!
Dopo Minusio, ci sono stati Pazzalino, Tesserete, la Capriasca e poi 25 anni nella realtà di Chiasso: come l’ha trovata?
Io a Chiasso arrivo nel 2001 e in quei mesi, un problema era sotto gli occhi di tutti: la presenza nella cittadina di 22 canapai e una legge che non permetteva di porre un freno a questo proliferare. Vedevo i ragazzi addormentarsi sui banchi di scuola. In pochi giorni, con Ettore Cavadini – che collaborava strettamente – abbiamo messo insieme un comitato e avviato una raccolta di firme. Il disagio era forte e la gente ha risposto. Ne abbiamo raccolte 7’000 e le abbiamo consegnate a Berna. A Palazzo federale ci siamo andati in gruppo con degli scout, alcuni giovani e dei parrocchiani. In ogni caso fu poi cambiata la legge e vennero chiusi i canapai.
Questi sono i primi ricordi di Chiasso e poi?
Ho subito avvertito il cambiamento: in Capriasca c’era una storia, una tradizione antichissima. Chiasso invece era una comunità che non aveva una grande storia ma in questa cittadina di frontiera erano e sono tuttora ben visibili le sfide che caratterizzano il nostro tempo e in particolar modo la convivenza di popoli e culture diversi con l’emigrazione, dapprima da parte di molte famiglie di lavoratori bergamaschi come la mia, poi dal Sud Italia e a seguire da molti Paesi lontani come il Nord Africa e il Medio Oriente.
Quanta politica c’è stata nel suo ministero a Chiasso?
Ho fatto politica ma non nel senso di politica partitica; la Chiesa è chiamata a ricordare i valori umani che devono ispirare l’attività politica e le leggi. A Chiasso era molto sentito il problema dell’immigrazione. Negli anni fra il 2008 e il 2010 vi fu una certa tensione fra me e il Gruppo della Lega: era un confronto e da quel periodo sono nate delle bellissime amicizie. Nelle mie “lotte politiche” andavo avanti tranquillo perchè avevo le spalle coperte da Papa Francesco e dal Vescovo mons. Pier Giacomo Grampa che esprimevano le medesime convinzioni. In quegli anni io facevo leva sul fatto che a Chiasso eravamo quasi tutti emigranti. Del resto, dopo il Covid non ho più sentito nessuno parlare male dei frontalieri. Erano loro che venivano a curare i nostri vecchietti nelle case di cura!
Quale è oggi la fragilità maggiore di Chiasso?
Dirò questo per spiegare quello che penso: quando ci furono le Guerre del Golfo, organizzammo una marcia della pace. Era il 2003 e vi parteciparono 1’500 persone. Si percepiva la voglia di fraternità e pace. Oggi il clima si è aggravato sul fronte dei conflitti ma se proponessimo una manifestazione analoga, credo che non arriverebbe nessuno. Abbiamo perso la speranza, siamo sfiduciati, a terra. E questa è la sfida di oggi: paradossalmente per la fede è un tempo molto promettente. A differenza degli anni del boom in cui contava solo l’aspetto economico (la pancia piena, l’auto, i soldi). La fiducia era soprattutto riposta nella scienza e nel progresso. L’impressione era che la religione fosse materia per ignoranti.
Quindi oggi è la mancanza di fiducia che pesa?
Oggi nessuno crede più nel progresso. Ci si appoggia alla psicoanalisi, alle terapie alternative, alle religioni. La gente è diventata inquieta nel cuore.
Una domanda che ricorre fra credenti e atei: se la fede è un dono di Dio, perchè alcuni la sperimentano e altri no?
Dio ha dato a tutti una coscienza, una bussola che ti avverte rispetto al bene e al male. La fede arriva a tutti nella forma dell’amore che può essere per la natura, per una donna o un uomo, per la famiglia, i figli, la terra, il mestiere, e ancora molte altre dimensioni. E poi questa passione si espande. Quando noi crediamo a quell’amore, che cosa avvertiamo? Che quell’amore non ce lo porterà via nessuno neanche dopo la morte! La fede è una fiamma dentro di noi. Io dico sempre “lascia parlare il tuo cuore e ti porterà al mistero di Dio”.
Di che cosa parla nel suo libro-dono alla popolazione di Chiasso?
Parlo del cammino che abbiamo fatto insieme. Narra la storia di questa gente. A volte sono le pecore ad indicare il cammino al pastore.
Cosa farà dopo il 7 giugno?
Quest’estate andrò ad Assisi, poi mi stabilirò nel mio paese d’origine, Rancate, e vivrò accanto ai miei famigliari. Rimango a disposizione dei miei confratelli per dare una mano nell’attività pastorale, se c’è bisogno.






