
Ogni venerdì quando tolgo della bucalettere la posta, l’occhio istintivamente mi cade su l’Informatore. Uno sguardo che richiama in me un mondo di ricordi. Alla fine degli anni Quaranta la mia famiglia si era stabilita in Via Santa Maria, in un appartamento ricavato nel vecchio palazzo Beroldingen, un edificio storico imponente della metà del Seicento. Due gli accessi: su via Nobili Bosia e su via Santa Maria. Due anche le corti. Credo che l’edificio ai tempi della mia infanzia appartenesse alla famiglia Stucchi. Il pian terreno era stato adattato a tipografia e parte del secondo piano verso Santa Maria ai cartonaggi. Successivamente questo reparto era stato spostato al pian terreno ed erano stati ricavati due piccoli appartamenti, quelli affittati dalla mia famiglia. La corte più piccola dava sua via S.ta Maria ed era raggiungibile dal nostro appartamento scendendo un paio di scale e percorrendo il ballatoio di legno situato al primo piano, dove era pure stato ricavato un appartamento. Su di un lato della piccola corte era stato creato il deposito dei cascami di carta e della lavorazione dei cartonaggi.
Per me, bambino di una decina di anni, era un mondo completamente nuovo che mi si dischiudeva. Avevo abbandonato la grande casa colonica, circondata da orti, prati, campi, stalle e pollai situata in quella zona del Borgo che veniva chiamata Opprio (Övra), dietro la chiesa parrocchiale, all’imbocco con la strada in acciottolato che si inerpicava verso Salorino, e ora mi trovavo nel nucleo storico del borgo. In un certo senso mi sentivo imprigionato. Fortunatamente la presenza di una tipografia rappresentava qualcosa di totalmente nuovo che mi incuriosiva. Dopo alcune settimame mi sono fatto coraggio e appena scorgevo il magazziniere della tipografia nella corte, intento a imballare cascami di carta e di cartoni, scendevo a precipizio le scale interne e rimanevo incantato davanti a quella montagna di carta.
Le prime volte non mi azzardavo ad andare oltre. Poi ho cominciato a dare un’occhiata al di là della porta che dal cortile conduceva in tipografia. Il magazziniere si era accorto del mio desiderio di vedere cosa fosse una tipografia e mi aveva sollecitato a seguirlo. Ero così entrato in una sala che mi è parsa grande e molto rumorosa. Mi ero avvicinato a un bancone, timoroso. Mi avevano spiegato che sui banconi vi erano le righe di piombo, i titoli già composti a mano che dovevano ancora venir messi in pagina, le pinzette per estrarre la riga che conteneva un errore e andava sostituita con quella corretta. E attorno al bancone un gran andirivieni, un affacendarsi perché il tempo stringeva e bisognava rispettare i tempi di stampa perché posta e treni non aspettavano.
Mi aveva colpito il forte odore di inchiostro e una grande macchina. Avevo capito che era un po’ il cuore della tipografia, e si chiamava stampatrice. La stampatrice del periodico del Borgo, l’Informatore. Una più piccola sfornava volantini a velocità impressionante. Ma ancora più misteriosa era una specie di grande macchina da scrivere da cui uscivano barrette argentate di piombo con delle lettere che vi rimanevano impresse al toccare dei tasti da parte dell’operatore.
Avevo osato chiedere spiegazioni e mi era stato risposto che quella macchina era una linotype che componeva riga per riga tutte le parole che finivano sul giornale.Ero poi stato avvertito che era meglio stare alla larga per non disturbare il linotipista che doveva stare molto attento nel suo lavoro per non commettere errori e perché l’avvicinarsi troppo al magazzino della linotype, che era una sorta di fonderia in miniatura dove le barre di piombo si fondevano, poteva provocare forti bruciature. Credo di non aver capito bene come funzionasse. Essenziale era comunque stare alla larga. Mi incuriosiva anche la piccola stampante che sfornava fogli con inviti, programmi e scritti di ogni genere a velocità che mi sembrava supersonica.
Con il tempo le mie incursioni in tipografia erano aumentate. Il mio sguardo era sempre attratto dalla grande stampatrice che rispondeva ai comandi di un uomo grande, magro, e taciturno. Mi sembrava sempre imbronciato, forse era una mia impressione. Ero poi venuto a sapere essere fratello del titolare della ditta e che si chiamava Adamo. Da questa macchina molto rumorosa uscivano i grandi fogli del giornale finito che poi doveva ancora essere piegato.
L’intrusione di un ragazzo di poco più di dieci anni è stata accolta forse con un certo stupore di cui però non mi ero reso conto e subito ero diventato la loro mascotte. I tipografi, non solo i più giovani che presumo ora fossero degli apprendisti, mi avevano accolto con molta cortesia e mi avevano messo subito a mio agio. Ricordo in particolare due giovani che mi avevano subito preso a benvolere e facevano volontieri due chiacchiere con me. Mi sorridevano sempre e appena mi scorgevano gironzolare fra i reparti mi chiamavano per mostrarmi il loro lavoro e indicarmi qualche piccolo lavoretto che eseguivo come un gioco. Di loro continuo ad avere un nitido gioioso ricordo ed oggi mi rendo conto della pazienza e cortesia che avevano avuto quando ero sempre fra i piedi a porre domande e a toccare tutto.
Un po’ di fastidio dovevo pur averglielo dato, ma erano stati capaci di non farmelo notare e tantomeno pesare. Uno di questi giovani era un certo Morniroli di Novazzano, il cui figlio Vladimiro ancora oggi è la colonna della tipografia. Il Morniroli cercava di introdurmi ai segreti del mestiere di tipografo, mi lasciava pasticciare con carta e inchiostri, barre e colonne di piombo della linotype scartate e mi chiedeva se da grande non volessi fare anch’io il tipografo. Ricordo anche di aver combinato qualche piccolo pasticcio e di risalire in casa con mani e faccia annerite dall’inchiostro che avevo incautamente toccato. Con il tempo le mie conoscenze si erano allargate. Ogni tanto osavo spingermi fin sull’uscio della saletta dove regnava “ul sciur Ernesctin” Stucchi, il titolare della tipografia. Un signore che ricordo molto gentile e sempre sorridente. Sapevo che aveva una bellissima vettura, mio papà mi aveva detto che era americana. Aveva il tetto apribile e rimaneva posteggiata per ore durante il giorno davanti alla fontanella situata dirimpetto al negozio di commestibili da la Culumbin. “Ul sciur Ernesctin” deve avermi visto mentre mi aggiravo attorno alla vettura in muta contemplazione perché un bel giorno – ed è stato per me veramente un gran bel giorno – mi disse: “se vuoi venire con me sali”. Non me lo son fatto ripetere due volte. Non ricordo dove siamo andati, forse a Bissone o a Melide, ma per me era stato un gran viaggio. Non ero mai salito su di una vettura scoperta ed ancora oggi quando vedo un’auto con il tetto apribile penso a quel viaggio che si era poi ripetuto più volte.
Sì perché quando scorgevo che “ul sciur Ernesctin” era in ufficio, lo tenevo d’occhio e appena mi accorgevo che si preparava ad uscire gli gironzolavo attorno fino a quando lui mi diceva “vuoi venire con me”? Arrivato alla meta, “ul sciur Ernesctin” si allontanava per un certo tempo e mi raccomandava di stare tranquillo in vettura, senza muovermi. Raccomandazione inutile perché le ore per me trascorrevano in un baleno nella contemplazione dell’interno dell’auto.
Mi immaginavo di essere io il gran signore proprietario di quella vettura, sognavo viaggi fantastici e corse pazze, imitavo nella guida “ul sciur Ernesctin” facendo con la bocca il rumore dell’auto, ma sempre avendo la massima cura di sfiorare soltanto con la mano volante, leve, levette e pulsanti.
Le mie esperienze in tipografia erano poi diventate quotidiane durante le vacanze estive, al termine della scuola elementare. Mi si incaricava di piccole incombenze. Con molto interesse e curiosità assistevo alla preparazione de l’Informatore: i testi venivano portati dal redattore che mi è stato detto era “ul sciur Mariu”, una figura di letterato, incompreso diceva lui, che non mi degnava di uno sguardo. I tipografi componevano i suoi testi in parte a mano scegliendo con pazienza lettere, segni di interpunzione e articoli, preposizioni, seguiva l’impaginazione e finalmente la stampa con le prime copie umide di inchiostro che venivano subito lette con attenzione per cercare eventuali errori che venivano corretti sostituendo la riga di piombo con una vecchia linotype, che serviva per le correzioni. Ero molto fiero quando mi si consentiva di portare il carretto con i pacchi de l’Informatore, fresco di stampa, alla posta della stazione. Per la verità ero anche monello perché non appena cominciava la discesa della “sctrada növa” invece di mantenere il timone ben stretto nella mano sinistra per frenare la tendenza del carretto ad aumentare di velocità, vi salivo, tenevo il timone ben stretto fra le gambe e giù a rotta di collo frenando con i piedi per mantenere il controllo del carretto. In fondo alla discesa affrontavo la prima curva sulla destra con maestria e senza danni, ma la curva successiva sulla sinistra era molto più insidiosa. Mi era perfino capitato, ricordo benissimo, di fare un bel capitombolo una giornata di pioggia con la strada bagnata. I pacchi dei giornali sparsi per terra… “Ta set un disasctru, fiö!” Il commento tutto sommato benevolo del Morniroli.
Sono passati gli anni, qualche decennio. Da via Santa Maria i miei genitori si erano spostati al Ronco. Io non ero diventato tipografo, ma giornalista. Con la tipografia Stucchi avevo continuato ad avere contatti cordiali e anche a collaborare saltuariamente. Così non mi ero meravigliato quando un giorno d’estate di inizio anni Sessanta la signora Ada, moglie dal “sciur Ernesctin”, mi aveva telefonato per invitarmi a dare una mano per alcune settimane alla redazione de l’Informatore durante le vacanze del suo redattore. Avevo accolto con gioia la proposta, quell’anno e per un paio di successivi fino alla mia partenza oltre San Gottardo.
Avevo varcato le porte della tipografia con una certa emozione. Non c’erano più “ul sciur Ernestin” e l’Adamo deceduti da tempo. In ufficio troneggiava massiccia la signora Ada, che reggeva con mano ferma il bastone di comando. Avevo ritrovato il Morniroli, che doveva essere vicino alla pensione. Mi aveva subito riconosciuto e salutato con un gran sorriso. Mi ero guardato attorno e avevo chiuso gli occhi. Avevo risentito il profumo dell’inchiostro, il rumore sordo della grande stampatrice, il ticchettìo delle linotype…
Mi ero rivisto ragazzino un po’ monello, curioso, eccitato dalla prospettiva di un bel viaggio, capelli al vento, nella bellissima vettura scoperta dal “sciur Ernesctin”. Avevo guardato nella corte, chissà dove era finito il carretto.
Aurelio Bernasconi







