
Temperature alle stelle, siccità, la crisi idrica, una grandinata da fine del mondo che il 9 giugno si è abbattuta in particolare su Castel San Pietro, Balerna, Coldrerio, Morbio Inferiore e Vacallo. E ancora: le minacce della Popillia japonica e degli ungulati. È questo, in sintesi, il quadro entro il quale si devono battere i viticoltori. Eppure, tra le tante calamità e sfide, Federviti non vede tutto nero. Ieri, in occasione dell’annuale conferenza stampa, Davide Cadenazzi, presidente della Federazione dei viticoltori della Svizzera italiana, nel suo intervento ha ostentato un “cauto ottimismo”, evidenziando: “La stagione fenologica si è svolta con anticipo in tutte le regioni ticinesi. Ad oggi la vendemmia è già iniziata per le basi spumante e le prime vendemmie per il Bianco di Merlot e vitigni bianchi più precoci. Per i rossi si dovrà aspettare ancora un po’, ipotizzando però che con una dimensione ridotta degli acini questa vendemmia sarà da inserire nelle migliori degli ultimi 20 anni”. Cadenazzi ha comunque sottolineato quanto “il mondo della viticoltura e della filiera vitivinicola sia chiamato a confrontarsi con sfide sempre più complesse. Penso ai cambiamenti climatici, mi riferisco alla severa siccità di quest’anno, all’evoluzione dei mercati, all’aumento dei costi di produzione, alla pressione normativa e alla necessità di mantenere elevati standard di qualità, sostenibilità e competitività”. Tra le priorità del sodalizio enumerate dal presidente figurano: il sostegno alla produzione vitivinicola locale; la promozione del vino ticinese; l’attenzione alla sostenibilità ambientale ed economica; il rafforzamento della collaborazione tra settore, istituzioni e mercato; la difesa di condizioni quadro che permettano alle aziende di operare con maggiore stabilità e fiducia.“Il 2026 – è stato evidenziato giovedì alla conferenza stampa di Federviti – è una testimonianza della tendenza ad avere estati più calde e secche, con periodi di siccità e di canicola prolungati, precipitazioni più irregolari e intense e un maggiore rischio di eventi meteorologici estremi. Ciò ha messo a dura prova non solo la viticoltura ma l’intero settore agricolo, dagli alpeggi nel Ticino settentrionale ai campi in quello meridionale”.
Il bollettino è iniziato “con un minore apporto di acqua e neve nei mesi invernali, situazione protrattasi nei mesi primaverili e estivi, ha visto il Mendrisiotto flagellato dalla grandine a inizio giugno e una quasi totale assenza di precipitazioni nei mesi successivi. Se tali condizioni hanno limitato fortemente il rischio di malattie fungine e favorito la maturazione delle uve, il crescente stress idrico a cui sono sottoposte le viti ha comportato la necessità di interventi di irrigazione per non compromettere lo sviluppo delle uve e la salute stessa delle piante”.
Il presidente Davide Cadenazzi in tema di siccità ha messo in particolare rilievo come “ancora più significativa, per noi, è la situazione del Mendrisiotto, che si conferma tra le aree più esposte: già nel 2022 si era registrata una riduzione del 50% delle precipitazioni contro il 30% nel resto del Ticino. Sono dati che ci dicono con chiarezza che non siamo di fronte a episodi isolati, ma a una pressione climatica crescente che impone al settore di rafforzare le proprie capacità di adattamento”.
Per chi lavora nel settore di Bacco, “questo significa confrontarsi con maggiore stress idrico per le piante e a un maggior stress psicologico per il viticoltore, con una gestione più complessa dei vigneti e con la necessità di investire sempre di più nella tutela del vigneto, nell’efficienza dell’uso dell’acqua e nella resilienza delle aziende”.
All’annuale conferenza stampa si è parlato anche di Popilia japonica: “La cattura di oltre 25 milioni di esemplari ha confermato la preoccupante diffusione di questo neobiota ma anche l’impegno di Cantone e Comuni nel contrastarla, ai quali vanno i ringraziamenti di Federviti per il lavoro svolto”.
Soffermandosi sulla difficile situazione del mercato del vino svizzero, Cadenazzi ha evidenziato come sia “importante che, nonostante ciò e al contrario di altri Cantoni, si è riusciti a definire una scala prezzi condivisa all’interno dell’Interprofessione della Vite e del Vino e mantenere il prezzo di franchi 4.20/kg “dando così un segnale concreto di fiducia verso i negozianti, rispetto per il lavoro dei produttori e volontà di tutelare la tenuta del nostro sistema vitivinicolo”. La Federazione dei viticoltori della Svizzera italiana ha inoltre espresso soddisfazione “per la stretta collaborazione con la Sezione agricoltura nello sviluppare e perfezionare strumenti per rafforzare il comparto viticolo ticinese e aiutarlo a rispondere alle sfide con cui è confrontato. Lo stanziamento di 20’000 franchi per i danni subiti dal settore, alla luce della situazione attuale delle finanze cantonali, è un chiaro segnale di sostegno”. Un’altra importante misura è la moratoria sui nuovi impianti, basata su criteri qualitativi ben definiti, tra i quali le esigenze del mercato e la sostenibilità sul medio e lungo periodo. La decisione, maturata attraverso il confronto con le organizzazioni della filiera – è stato annunciato – prevede che fino alla fine del 2030 i nuovi impianti destinati alla produzione di vino siano autorizzati secondo criteri strategici che privilegiano gli investimenti capaci di rafforzare la qualità e il settore nel lungo periodo. La decisione – è stato evidenziato – si inserisce anche nell’ambito della più ampia strategia già avviata con il progetto Viticoltura Sostenibile Ticino (ViSo Ticino), sostenuto dalla Confederazione, dal Cantone e dalle principali organizzazioni della filiera. Il progetto “promuove un modello produttivo sempre più innovativo e sostenibile con una riduzione dell’impiego di prodotti fitosanitari, la diffusione di vitigni più tolleranti alle malattie con un accompagnamento tecnico delle aziende viticole.







