Don Gian Pietro Ministrini: “A noi preti oggi viene chiesta umanità”

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Gesto significativo fra don Gian Pietro e una delle coppie di sposi che ha conosciuto in questi anni tramite il cammino del Corso per fidanzati tenuto da alcuni animatori della regione (Foto di Omar Cartulano).

Da 37 anni, gioie e dolori delle Parrocchie del Mendrisiotto arrivano sul tavolo di don Gian Pietro Ministrini. Il suo incarico di vicario foraneo del Mendrisiotto viene fra l’altro riconfermato ogni 4 anni dopo una consultazione del vescovo con i preti della regione. E se questo è un percorso intenso che prosegue tuttora, vi è anche da sottolineare il mezzo secolo di sacerdozio per il quale la Parrocchia di Balerna lo festeggerà questa domenica (cfr. il riquadro). Alla soglia di questo traguardo, con don Gian Pietro parliamo di come è cambiato il contesto delle parrocchie momò in questi 40 anni e di come ha vissuto lui questi incarichi di riferimento.

Chi è don Gian Pietro?
Sono nato a Paratico in provincia di Brescia nel 1949, ultimo di 9 fratelli di cui 5 vissuti fino all’età adulta, e sono rimasto in Italia fino alla maturità liceale. Visti i miei interessi, a quel punto mi è stato consigliato di venire in Svizzera – nella comunità teologica ticinese di Friborgo – a compiere gli studi. Dopo aver conseguito la licenza in Teologia morale nel 1974, mi ero trovato così bene da scegliere di essere ordinato per la Diocesi di Lugano. Era il 16 marzo del 1974, esattamente 50 anni fa. Il giorno seguente ho celebrato la prima Messa.

E poi?
Subito dopo sono stati gli anni dell’insegnamento (otto), dapprima a Lucino e poi al Papio. Nel 1982 sono arrivato nel Mendrisiotto a guidare la Parrocchia di Vacallo per 18 anni e poi quella di Balerna dove sono da 24 anni. Dal 1987 sono vicario foraneo della regione.

Quante sono le Parrocchie del Vicariato nel Mendrisiotto?
Trentaquattro ma va detto che la partecipazione regolare dei fedeli è diminuita drasticamente come è tendenza generale. Forse fra le cause può esserci anche la diminuzione delle feste che radunano un po’ tutta la regione ed il Covid che ha lasciato il segno soprattutto nelle famiglie. Molte di loro hanno perso la strada e hanno iniziato a pensare che si può vivere anche senza andare in Chiesa se non in occasioni particolari, senza contare gli impegni di altra natura (anche sportiva) che coinvolgono molti ragazzi nel finesettimana.

In tutti questi anni sono stati di più i nodi da sciogliere o le soddisfazioni?
Come vicario foraneo, realisticamente direi i nodi da sciogliere, anche perché nel frattempo il clero del Mendrisiotto è molto cambiato divenendo più eterogeneo. Io di natura sono abbastanza portato alla mediazione, ed in certi casi è quel che serve fra amministrazioni parrocchiali e parroci.

Ha dovuto fare i conti con la diminuzione di mezzi che garantiscono la presenza di preti sul territorio come nel resto del Cantone?
Direi che il Mendrisiotto è un po’ un’eccezione nella Diocesi. Rispetto agli anni passati non è cambiato molto. Erano attivi 35 preti e oggi sono 30 i preti impegnati nelle comunità parrocchiali momò. Nel resto del Ticino, in proporzione, è minore la presenza. Un caso un po’ diverso è quello della Valle di Muggio dove i preti erano 5 ed ora sono 2 ed è un po’ la diminuzione che si verifica nel Sopraceneri.

Come mai questa differenza?
Perché le Parrocchie del Mendrisiotto sono ancora abbastanza consistenti e con un certo numero di frequentatori e dunque riescono a mantenere il loro prete. Tengono ancora molto alle tradizioni come le novene, i tridui, ecc. Ci sono feste parrocchiali che da decenni hanno assunto una dimensione regionale e questo porta animazione e interesse. Nelle altre regioni del Cantone questo è successo molto di meno.

Come il Beato Manfredo a Riva San Vitale…
Già, e ancora le Processioni Storiche e la Festa di San Martino a Mendrisio, Santa Maria dei Miracoli a Morbio Inferiore, la Madonna del Castelletto a Melano, Sant’Antonio a Balerna, la Passione a Coldrerio, San Giuseppe a Ligornetto e diverse altre.

Possiamo immaginare che la via dell’aggregazione praticata dai Comuni diventi anche una soluzione per le parrocchie?
L’orientamento potrebbe essere quello, con la promozione di comunità di preti. Si tornerebbe un po’ al passato. A Balerna ad esempio fino al ‘700 abitavano 7 o 8 preti e facevano servizi in tutte le parrocchie della pieve. Poi tutte le parrocchie hanno voluto la loro autonomia. Ogni campanile il suo prete. Ora invece a livello di Chiesa universale, si ritorna a promuovere una vita comunitaria che penso sia un bene da tutti i punti di vista, anche per evitare la solitudine dei preti. Noi a Balerna da anni abbiamo introdotto la mensa quotidiana dei preti (un ristorante ci porta il menu del giorno).

Come era in origine?
Le terre momò erano ambite anche per l’alta quantità di investiture di “prestigio” (arcipreture e prevosture) che vi erano. Si possono ricordare le pievi di Balerna e Riva San Vitale con i loro arcipreti storici. In seguito anche Chiasso, Mendrisio e Morbio Inferiore sono divenute arcipreture. Fino al Concilio si può dire che il Mendrisiotto era ambito per questi titoli ma anche perché dava soddisfazione la partecipazione intensa di quei tempi alla vita parrocchiale. Oggi ovviamente non c’è più la corsa ai titoli onorifici, se non a parrocchie che siano vive.

Come è mutata ai suoi occhi la fede in questi 40 anni?
Mi sento di dire che i numeri di chi la vive sono diminuiti ma contemporaneamente è diventata una fede più matura, magari anche grazie ai corsi biblici tenuti nel tempo e le serate di riflessione. Ad esempio per quanto concerne la Pastorale famigliare e i corsi per fidanzati, notiamo che si è creata una sorta di “selezione”: coloro che oggi frequentano il corso findanzati sono molto motivati e convinti. Possono arrivare anche a dirti “Noi vogliamo invitare Dio al nostro matrimonio”. Invece fino a 40 anni fa, ma anche fino a 20, si percepiva fra molte coppie il senso di obbligo che li portava all’altare magari per fare un favore a lei o alla famiglia. Certo è che in 20 anni i matrimoni – sia civili che religiosi – sono dimezzati.

In questo contesto è comunque innegabile che c’è un aumento di persone che si affidano ad una fede improntata al magico, il miracolistico e l’influenza del demonio. In Italia, il caso di Altavilla impressiona davvero… A che cosa può essere dovuta questa tendenza?
Sì in effetti, ci sono persone che vengono da noi, ossessionate dalla paura del diavolo e che chiedono di essere liberate. La Chiesa non nega che possa esserci il male. Ogni diocesi consta di un esorcista. Non tocca a noi intervenire in questi casi. Se parliamo di cosa possa incanalare sempre più persone in questa direzione, mi viene da pensare a certe emittenti private.

Il futuro come lo vede?
Credo che aumenterà questa Chiesa di minoranza e si ritornerà alle origini di comunità convinte che verranno chiamate ad essere testimoni “sale e luce” come era inizialmente, nelle Chiese primitive. Non in tutto il mondo va come alle nostre latitudini. In Africa ad esempio proliferano le Chiese giovani che sono la nostra speranza. Non dobbiamo illuderci: aumenterà la tendenza alla diminuzione numerica dei frequentatori ma chissà che non tornerà un fermento di comunità vive!

Personalmente, come ha vissuto questi anni?
È stato un dono per la mia vita il poter vivere questo servizio nelle comunità e devo dire che mi sono confrontato con due comunità molto collaborative e vivaci.

Cosa viene chiesto oggi ai preti?
Una cosa che oggi viene chiesta a noi preti è l’umanità, l’empatia, il condividere. Devo dire che noi viviamo un momento di transizione: vediamo cosa ci sarebbe da fare – ossia stare vicino alle famiglie, alle persone sole nei momenti delle disgrazie o delle gioie – ma abbiamo ancora molti compiti legati alle tradizioni che non possiamo trascurare (le novene, certe celebrazioni, ecc.). Dobbiamo dedicarci in gran parte a quegli impegni che non possiamo non adempiere, mentre l’urgenza di oggi credo sia la vicinanza personale.

Veniamo al tema degli abusi che si sono registrati anche all’interno della Chiesa.
Ci ha scioccato. E ci ha colpito anche il fatto che si sia evidenziato come questo reato abbia toccato un po’ tutte le regioni del Ticino. Ci conferma nella convinzione che sia molto importante la fraternità fra i preti, per sostenersi a vicenda.

In base alla sua sensibilità, ha ancora senso il celibato?
Credo che il mio impegno non potrei realizzarlo con la medesima disponibilità se fossi padre o marito. Per me ha senso ma penso che dovrebbe essere una scelta libera.

Che messaggio vuole dare alla gente?
Dalla mia esperienza di prete, inviterei (e qui mi rivolgo ai laici) a non esimersi dal “disturbare” il prete per un colloquio, una condivisione, per una richiesta di preghiera. Questo fa bene anche al prete, lo fa sentire utile, realizzato.