“Mi morì fra le braccia, aveva solo 16 anni”

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Jolanda Mina, 97 anni, veniva chiamata notte e giorno per curare le persone di Rovio. A 28 anni lasciò il paese ma i ricordi sono nitidi.

La disgrazia del Generoso del 1952 ha seguito nella mente per anni le persone che la vissero direttamente o indirettamente. Ma i giornali ne parlarono solo tempo dopo e in maniera molto sintetica. Anche la popolazione era restìa a entrare in quell’argomento doloroso. Che cosa accadde? Quattro giovanissimi di Melano tentarono di passare da una parte all’altra della montagna (in un punto in cui i versanti erano vicini) aggrappandosi ad un grosso albero che cedette.

Il tragico fatto risale al 3 agosto del 1952 e dopo che lo scorso 30 giugno l’Informatore ha pubblicato un’immagine e il contenuto di un documento sulla disgrazia firmato da Romeo Meli, altre due persone hanno sentito l’esigenza di sollevare il velo. Sono Fiorenzo Falconi, ex direttore del IV Circondario delle Dogane (cfr. l’intervento sotto) e Jolanda Mina nata Mazzetti che all’epoca dell’episodio aveva 26 anni, era monitrice-samaritana e venne calata nel dirupo a soccorrere i ragazzi. Lei ci racconta questa storia che riferisce di tempi in cui i soccorsi non avvenivano tramite cellulare ed elicottero. Jolanda (nella foto) la troviamo che lavora all’uncinetto, nella sua stanza della Casa per anziani Caccia Rusca a Morcote.

Da dove cominciamo?
“Mi chiamarono e io avvertii subito Romeo Meli. Era successa una disgrazia sulla montagna. Preparammo una gerla di legno con dentro tutto l’occorrente di pronto soccorso (fasciature, iniezioni per il cuore, ecc.) e Romeo che era anche lui samaritano, prese anche la falce e le corde per poter costruire barelle. Ad allarmarci era sceso uno dei quattro ragazzi coinvolti nel fatto, Germano Larghi (ferito leggermente). Aveva percorso due ore di strada a piedi e ripartì con noi per poterci indicare il punto esatto in cui si trovavano due dei compagni feriti fra i quali vi era anche suo fratello Giorgio”.

In che direzione siete partiti?
“Ci incamminammo partendo da sopra il paese di Rovio. Sapevamo che i ragazzi, salendo, avevano sbagliato sentiero rispetto alle loro intenzioni. Volevano raggiungere il “Variante” e invece avevano imboccato il sentiero che andava nell’altra direzione. Per non tornare indietro e rifare il giro, hanno pensato di aggrapparsi al lungo ramo di una pianta e attraversarlo per giungere dall’altra parte, sul sentiero giusto. Ma sotto il loro peso, la pianta si è spaccata. Il primo riuscì comunque a passare dall’altra parte ma gli altri due sono caduti nel vuoto. La ragazza invece – Evelina Manzocchi – non attraversò e rimase lì, seduta e spaurita”.

Al vostro arrivo cosa accadde?
“Facemmo una valutazione. Erano oltre 6 i metri di dislivello. Romeo mi disse “tu sei minuta, ti lego e ti calo nel precipizio per prestare i primi soccorsi ai due feriti”. Io arrivai giù e li vidi. Uno dei fratelli Larghi (Giorgio) aveva una brutta ferita sul collo ma era in peggiori condizioni l’altro e cioè Tiziano Cremonini. Dissi a Romeo di lanciarmi l’occorrente per soccorrerli. Chiamai Tiziano ma non rispondeva, gli feci un’iniezione per il cuore, poi gli sollevai leggermente la testa, lui aprì gli occhi, mi guardò un istante e poi mi morì in braccio. Lo vedo ancora. Aveva solo 16 anni. Romeo disse “Oh che disgrazia” e costruì una barella sul posto”.

Non fu facile recuperarli…
“No. Romeo mi mandò giù delle corde e io legai Tiziano che venne issato e poi messo sulla barella. Giorgio lo medicai bene e poi venimmo issati sia io che lui. Camminammo lentamente verso il paese. Intanto mio fratello, che era stato avvertito, salì a prendere Evelina e la portò giù a spalle (era molto spaventata). Ricordo che era il 3 agosto, la Festa di Sant’Agatra e c’era la processione. Quando arrivammo in paese il medico constatò la morte di Tiziano, erano presenti anche il pretore e le pompe funebri. Il ragazzo venne messo nella bara e lo coprimmo di ortensie bianche. Così lo mandammo a casa della sua mamma che era già vedova”.

Jolanda lei era molto giovane, come si sentì?
“Sì, ero giovane ma avevo già visto tante cose. Ero nata con i miei tre fratelli oltre San Gottardo ma il papà mancò e la mamma si ammalò di una malattia che non le permetteva di occuparsi di noi. Venimmo quindi cresciuti dai nonni qui a Rovio e furono loro a darci la possibilità di seguire una formazione e farci un mestiere. Io frequentai il corso di economia domestica e poi quello per divenire samaritana e monitrice-samaritana. Sapevo fare iniezioni, fasciature, coppette, sanguisughe, ecc. Il dottor Massa – che operava giù al piano – mi diceva “sei brava” e si fidava di me, mi chiamava e mi mandava a soccorrere o curare le persone”.

Come ad esempio?
“Una volta mi chiamò e mi disse “C’è una bimba appena nata. La puoi salvare solo te”. Bisognava farle due punture al giorno. Aveva preso un ittero, quella malattia che colora di giallo la pelle. Si salvò. Un’altra volta mi chiamò direttamente il marito di una partoriente. Mi disse che la moglie aveva forti dolori. Aveva una colica biliare. Scesi e chiamai il dottor Massa dalla cabina telefonica del paese (ce n’era una sola!). Lui mi indicò di somministrarle un medicamento in gocce. La mamma stava meglio ma a questo punto non poteva dare il latte al bebé. Usammo quindi il latte di mucca”.

E un momento molto bello nella sua memoria?
“Ricordo un ragazzo che si ammalò di tubercolosi ossea. Il dottore mi disse “Da Mario ci devi andare ogni giorno e praticare l’iniezione che lo cura”. Arrivò il giorno di Natale e nevicò molto abbondantemente. Tipo un metro di neve e il ragazzo abitava fuori paese, in alto. Misi i miei stivali di gomma e salii. Quando entrai in casa mi disse “anche oggi che è Natale sei venuta?”. Dopo l’iniezione si sedette su una sedia e mi cantò il brano “Campane di Monte Nevoso”. Fu il regalo più bello!”

Il mestiere ha contato molto dunque…
“Sì. Il mestiere l’ho imparato anche molto dalla sorella di papà che era stata crocerossina nella guerra del ‘14-’18. D’altra parte a quel tempo non c’erano i soccorsi che calavano dal cielo o in ambulanza. Ci si organizzava che in paese c’erano sempre alcuni uomini pronti a intervenire in caso di incendi o incidenti e qualcuno come me che interveniva per la salute. Ricordo quella volta che il nipotino di Angelo Frigerio si rovesciò addosso una pentola bollente scottandosi tutto il braccio. Anche in quel caso il dottore mi disse “intervieni tu che poi arrivo”.

Allora forse si ricorderà anche di quel fatto di cui parlano alcuni in paese: la trave caduta dal campanile…
“Oh fu tremendo. Non ricordo l’anno (forse il 1951) ma sono sicura che era la seconda domenica di maggio e stavamo per celebrare la prima comunione delle bambine. Io avevo insegnato loro il catechismo. Eravamo in piazza a Rovio, e ci preparavamo ad entrare in processione nella chiesa parrocchiale. A un tratto dal campanile si è staccata una trave che ha colpito in pieno l’Eugenia, una delle bimbe pronte per la cerimonia. L’ho raccolta io da terra. L’ho presa in braccio ma era già morta”.