Dupertuis e il filo d’Arianna

0
357

Seguendo un immaginario filo d’Arianna steso lungo un percorso che si snoda attraverso oltre duecento opere, il Museo Vincenzo Vela invita a scoprire e conoscere un artista probabilmente poco noto al grande pubblico, ma il cui talento è unanimemente riconosciuto e apprezzato. Nell’ambito del ciclo di mostre che l’Istituzione federale di Ligornetto riserva a intervalli regolari a esponenti dell’arte contemporanea attivi in Ticino, sarà inaugurata domenica 26 giugno alle ore 11 un’esposizione monografica dedicata a Marcel Dupertuis, artista svizzero nato nel 1941 a Vevey, che, dopo regolari e prolungati soggiorni in Francia e in Italia, dal 1991 risiede e lavora a Lugano. La mostra, curata dalla direttrice del Museo Vincenzo Vela Gianna A. Mina in collaborazione con lo storico dell’arte Matthias Frehner, è l’occasione per una riflessione su sessant’anni di intensa attività artistica, che ha visto Dupertuis confrontarsi con discipline, tecniche e stili diversi (dalla scultura alla pittura, dalla grafica al disegno, dalla fotografia alla letteratura): una ricerca e una sperimentazione a tutto tondo che, pur nella molteplicità delle forme espressive, esprime la complessità e la coerenza della poetica dell’artista.
Incentrata soprattutto sulla scultura ma senza tralasciare ampie parentesi dedicate all’opera pittorica, grafica e fotografica, la mostra mette in luce i principali concetti che soggiacciono all’arte di Dupertuis, un “artista colto”, come giustamente è stato definito. Filosofia, letteratura e fisica confluiscono nelle sue creazioni, che ruotano intorno alla percezione e alla rappresentazione di leggi esistenziali. In altre parole, le opere di Dupertuis non sono una semplice raffigurazione di una realtà esteriore, ma la rivelazione delle leggi interne che reggono la realtà fisica visibile. Riprendendo Paul Klee, l’arte di Dupertuis «non riproduce il visibile, ma rende visibile». In questo contesto la serie di litografie Structure et masse (1976-77) esplicita chiaramente l’esigenza dell’artista di indagare le strutture interne della massa visibile.
Dopo una panoramica sui lavori degli esordi, sono sviluppati alcuni temi cari all’artista, in primis l’idea di linearità ben presente nelle opere monumentali costruttiviste, chiamate a dialogare con lo spazio in cui sono collocate. Ne è un esempio La Grande Arche del 1973-75 per una sede scolastica a Sézanne e il cui modello è esposto in mostra. Fondamentale lo studio della figura, umana in particolare, indagata attraverso sia una progressiva semplificazione delle forme (come ad esempio in Figura continuum 5 del 1994-96) sia uno svuotamento e una “scarnificazione” dei soggetti, come in Antigone e in Noces, entrambe del 1993. Anche il tema delle Teste occupa un posto di rilievo nel percorso artistico di Dupertuis, dalle opere bronzee del periodo milanese (fine anni ’70, prima metà degli anni ’80 del ’900), per certi versi ancora figurative, ai lavori più recenti come la monumentale Cucina-Testa 1 (2019) collocata nel parco di Villa Vela, intimamente legata al concetto di linearità e vuoto. È un’opera essenziale e penetrabile, di cui l’imponente Pado-Modular 1 (2016, anch’esso nel parco) può esserne considerato l’emblema.
Come già anticipato, pur privilegiando la scultura, questa mostra monografica dà spazio anche ad altre forme espressive, pittura, grafica e fotografia, ed è pure l’occasione per avvicinarsi alla tavolozza di Dupertuis, ugualmente assai essenziale e che predilige, in particolare, i colori marrone, blu, verde e giallo. Anche al di fuori dell’opera plastica si ritrovano le strategie minimalistiche e concettuali care all’artista, sempre coerente con l’intento di riuscire a dire tutto con il meno possibile. Significativi il monocromo A Walter Benjamin. Das Grü…n ist auch Ge…lb… (2010-16), una riformulazione delle ricerche sugli effetti delle droghe stupefacenti condotte dal filosofo e saggista tedesco negli anni 1928-33; il ciclo di dipinti intitolato Clairière (2009-15) che evoca un punto cardine del pensiero heideggeriano, ossia il concetto di “Lichtung” (letteralmente “radura”, in francese “clairière”); come pure la serie Les sept Palais (1993-2014) ispirata ai sette Palazzi celesti – simbolo di un cammino di elevazione spirituale verso Dio – descritti nello Zohar, il libro più importante della tradizione cabalistica ebraica.
Infine, una scelta di fotografie recenti, in bianco e nero e a colori, svela profondità temporali e psichiche, indaga movimenti, passaggi e spazi vuoti ma carichi di energia, in cui l’autoritratto si fa oggetto e forma.