Una pièce di parole e musiche

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"La Città" - Fotografia di Resy Canonica

Sul palcoscenico del Cinema Teatro giovedì 7 aprile alle 20.30 andrà in scena “La Città”, pièce scritta da Gianluca Grossi e interpretata da Margherita Saltamacchia, Massimiliano Zampetti e dall’autore, prodotta dall’Associazione Musica nel Mendrisiotto: uno spettacolo che si inserisce nel filone del teatro di narrazione, in cui la parola si fonde con la musica affidata al violoncello di Claude Hauri, al violino di Anton Jablokov e alla fisarmonica di Danilo Boggini. Le immagini proiettate sul palco accompagneranno inoltre questo intenso racconto. Per l’occasione abbiamo posto alcune domande su “La Città” al noto fotoreporter Gianluca Grossi.

La parola si fonde con la musica nella pièce; in che modo avete ideato lo spettacolo?
L’idea di una pièce che unisse la parola e la musica è stata di Claude Hauri e di Danilo Boggini, che insieme hanno curato le scelte dei brani, con Danilo che li ha anche arrangiati. Non è la prima volta che i due artisti lavorano a uno spettacolo di questo tipo. Per me, invece, lo è stata e lo è mentre ci apprestiamo ad andare in scena. Il mio personaggio, quello del Narratore, si chiede a che cosa servano le parole o, meglio, che cosa siamo disposti a lasciare che le parole facciano di noi. Apparentemente poco, visto che, certo, esse descrivono il nostro stare al mondo, ma non arrivano ad arginare tutto ciò che siamo capaci di fare, vivendo. Perché? Credo perché ci siamo abituati, alle parole. Ecco allora che la musica è forse capace di estrarre da loro una forza, un’energia dirompente che ce le fa percepire come nuova, o perlomeno come non familiare. Questa novità della parola sostenuta dalla musica costituisce, forse, me lo auguro, un atto eversivo del pensiero, la scatenata libertà di vederci e accettarci per quelli che siamo. Potrebbe nascere da questa consapevolezza il desiderio di fare cose che non abbiamo mai fatto e di arrestarci mentre ne facciamo altre (ad esempio la guerra, ma non soltanto) di cui ci siamo sempre creduti incapaci…

La pandemia, la guerra in Ucraina, il dialogo dei protagonisti e dei musicisti: cosa si dovrà aspettare lo spettatore che sarà presente a Chiasso (o a Bellinzona, al Teatro Sociale l’8 aprile)?
La Città è un racconto, affidato a tre personaggi che rendono visibile una storia che prende forma davanti ai nostri occhi (accompagnata anche da alcune immagini). È la storia della vita, la storia delle pieghe che la vita prende, delle sorprese alle quali essa ci espone e che molto spesso le riescono soltanto perché siamo distratti. È il tentativo di suggerire il vorticoso accadere del mondo, dove tutto è nello stesso istante, le cose più terrificanti così come quelle più belle e esilaranti. Tea e Max intrecciano una relazione a distanza quando nemmeno si conoscono. La vita di Tea è nelle mani di Max, sebbene quest’ultimo ignori che anche la sua è nelle mani di Tea. Il Narratore accompagna la loro vicenda, ispirandosi alle conclusioni alle quali sono personalmente giunto osservando il mondo e raccontandolo. I musicisti interagiscono anche verbalmente con i tre personaggi: sono un coro contemporaneo, la voce della gente, per così dire.
Intervengono, a volte stupiti, altre volte seccati, sull’azione narrata.

Fotoreporter e autore indipendente: in che veste ti presenti sul palco?
Sono convinto che sull’arco di un’esistenza si possano vivere più vite. Questo è il mio tentativo di viverne una diversa da quelle che ho vissuto fino ad oggi, e sono già un paio. Qualche anno fa mi feci fare un tatuaggio, una scritta che dice: «Il mondo non si racconta mai abbastanza». Il giornalismo è una delle possibili forme che questo racconto può prendere. Il teatro ne è un’altra. Se volessimo davvero raccontarlo abbastanza, questo mondo, dovremmo raccontare la vita di tutti, di ciascuno di noi.
Non ne esiste una che non meriti di essere raccontata. Davvero. Grandi eventi storici come la pandemia e la guerra tendono a farci pensare che la realtà abbia preso la forma di un unico, grande destino collettivo. È soltanto in parte così. Non esiste una vita uguale a un’altra. Siamo, tutti quanti, una versione della vita, una direzione che essa prende ogniqualvolta le va di farlo. Vale a dire: ogni giorno.