Valle di Muggio, la politica “ricevuta” e il testimone che passa ai futuri eletti

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Caneggio, la casa comunale in uno scatto d'archivio dei primi anni Duemila.

Ricevuta: “Dichiarazione scritta che qualcuno rilascia al ricevimento di qualcosa (…) attestando di averla realmente ricevuta/Quietanza”. Questa, in sintesi, la definizione che ogni vocabolario di italiano dà del termine summenzionato. No, non è di somme di denaro che desideriamo parlare accostandole al titolo e alla relativa definizione. È qualcosa di più nobile del “vil denaro” di cui vogliamo parlare, proponendo ai lettori le considerazioni di alcune persone che hanno dedicato nel passato molto del loro tempo libero, in qualità di sindaco di una comunità, piccola o grande che essa sia. Abbiamo chiesto loro la disponibilità a rilasciarci un attestato (una ricevuta) del lavoro svolto a favore dei propri concittadini, una specie di testamento politico da proporre a chi si appresta ad assumere una carica all’interno di un consesso comunale e pure a coloro che per motivi diversi non hanno mai partecipato alla vita politica.

“Per quel che mi riguarda mi sono avvicinato alla politica sin da giovane perché allora, chi più chi meno, veniva chiamato a dare un contributo al partito di appartenenza. La mia era una famiglia di liberali (di discendenza paterna) e come tale era pressoché naturale e scontato che si seguisse quella strada. Non era una questione di ideologie, ma semplicemente il tramandarsi, di padre in figlio, di una “passione”. Un approccio alla politica simile per altre persone della mia generazione. Nel passato la politica svolgeva una funzione di aggregazione sociale: i partiti erano “associazioni” che assumevano questo compito all’interno della comunità. Può darsi che il dibattito democratico fosse un po’ ristretto e che ognuno usasse i “mezzi” che aveva a disposizione. Da parte mia ho sempre cercato il dialogo e la concretezza per il bene di tutta la comunità, usando il buon senso, senza con ciò trascurare le leggi che, a volte, sono esse stesse ambigue.

Mi ha sempre infastidito la partitocrazia, la libertà camuffata da democrazia, una sorta di “democratura”. Per me il liberalismo deve saper coniugare gli ideali di libertà con la giustizia sociale. Punto! Una buona gestione della cosa pubblica (e qui entra in gioco la figura di un buon segretario: quanto rimpiango il caro “Mondo”) si identifica spesso con una buona amministrazione: ciò è senz’altro d’aiuto per far progredire il paese; l’importante è avere idee e poterle concretizzare. Oggigiorno invece si assiste ad una individualizzazione politica, il dibattito si è aperto ma in modo confuso, ognuno pensa e agisce spesso egoisticamente. L’autorità (che non necessariamente coincide con autorevolezza) ha perso di credibilità non perché questa agisce negativamente all’interno delle istituzioni, ma proprio perché l’individuo e/o una parte della popolazione vede in essa un potenziale nemico che non soddisfa la proprie esigenze che sono spesso contrarie alle leggi che regolano la vita comunitaria. L’autorità fatica a fare  da collante  tra la base e le istituzioni. Deve quindi cercare il dialogo improntato alla schiettezza, alla trasparenza, agendo in modo onesto e mettendo in disparte quei giochi di potere (partitico o personale)  che animano la vita pubblica.

Abbiamo interpellato alcuni ex sindaci  dei Comuni appartenenti al Circolo di Caneggio, coinvolgendo anche Castel San Pietro e le sue frazioni, porgendo loro le seguenti domande:

  • 1) Come mai oggigiorno si fatica sempre di più a coinvolgere i cittadini, segnatamente i giovani, nella vita politica di un Comune?
  • 2) Democrazia, etica politica, valori morali… sono spesso le parole usate (e abusate?) dai politici, specialmente in campagna elettorale. Perché molti di loro sentono il bisogno di esprimere questi concetti che, dopo tutto, in un Paese democratico dovrebbero essere insiti dell’agire di chi regge le sorti di un Comune?
  • 3) Ci sono i furbi in politica? Tanto per intenderci chi antepone gli interessi propri a quelli della comunità?
  • 4) Le aggregazioni possono aiutare la politica?

Eccovi le risposte degli interpellati, rigorosamente in ordine alfabetico.

Marisa Barella, Muggio

  • 1) Coinvolgimento dei giovani alla partecipazione attiva negli organi comunali: attualmente gli stimoli offerti ai giovani dalla società sono diversi. Dai “social”, a diverse società di attività del tempo libero, dalle grandi manifestazioni a seguito dell’iniziativa di Greta per il clima… Situazioni di partecipazione fondate sull’interesse del momento; l’improvvisazione, la voglia di esserci. Diverso decidere di assumere un impegno che continua nel tempo, che richiede un impegno di approfondimento dei temi che vengono trattati, con la possibilità di essere propositivi: finalità che comporta costanza nell’elaborare proposte, disposizione a confrontarsi, trattative per elaborare proposte comuni. Scelta più laboriosa di partecipare a una manifestazione.
  • 2) Promesse elettorali e pratica reale. In un organo istituzionale si confrontano pareri diversi, interessi diversi. Quella di mediare è un’arte delicata, non sempre può essere realizzata.
  • 3) Un conflitto di interessi in un gruppo di persone chiamato a proporre e decidere è inevitabile. La partecipazione a un gruppo potenzialmente conflittuale richiede la capacità di equilibrio, disponibilità all’ascolto, negoziazione: non “prima il mio io” ma attenzione al lavoro collegiale.
  • 4) Piccolo Comune o comunità aggregata? Se il Comune aggregato dispone di una maggior capacità finanziaria, la propositività del singolo può essere più stimolata. Aumenta però anche il rischio di competitività conflittuale.

Adriano Cereghetti, Muggio

  • 1) Ritengo che centralizzare tutto ad ogni costo sia dovuto alla globalizzazione. Mi spiego: in tempi non poi così lontani ogni paese aveva la propria scuola, i giovani crescevano e conoscevano il proprio paese e lo avevano a cuore; se del caso lo difendevano. Quando diventavano adulti erano pronti anche a dirigerlo, ognuno secondo le proprie convinzioni. Ora se chiedi a un giovane come si trova nel proprio paese, cosa ti risponde?
  • 2) Parole usate a vanvera, magari lette da qualche parte senza neanche conoscerne il vero significato.
  • 3) Ci sono sempre stati, ci sono, e sempre ci saranno.
  • 4) Premetto di essere stato contrario e tuttora lo sono. Di certo fare politica di un grande Comune è più difficile, ma bisogna pur dire che prima c’era il sindaco e il segretario. Ora ogni dicastero ha i suoi (chiamiamoli) specialisti, di conseguenza, da questo punto di vista, l’impegno politico dovrebbe aiutare. La cosa più importate per un politico è la passione e la convinzione a fare il bene per il paese e la sua gente.

Claudio Cereghetti, Morbio Superiore

  • 1) La disaffezione per la politica ha sicuramente molteplici radici. In linea generale penso che il nostro paese sia ancora un’isola felice. Obiettivamente non tutto funziona a meraviglia e i problemi non mancano nemmeno da noi, ma il cittadino si sente abbastanza tutelato dall’apparato pubblico e quindi tende a non ingaggiarsi in prima persona essendo abbastanza soddisfatto dei servizi offerti. I giovani, per contro, sono sovente fuori Comune per ragioni di studio o professionali e questo li allontana dalle dinamiche domestiche. Penso che la loro attenzione sia anche maggiormente rivolta alle tematiche globali ed erroneamente pensano che l’impegno in una realtà comunale, magari di piccole dimensioni, non sia “utile” ai cambiamenti che i giovani stessi auspicano. Ho l’impressione che anche nelle famiglie, tra genitori e figli, il discutere dei problemi concreti del singolo Comune sia via via venuto meno, togliendo stimolo e interesse ad impegnarsi attivamente per la cosa pubblica. Personalmente ho avuto la fortuna di vedere come mio padre, quale consigliere comunale di Morbio Superiore, dedicasse grande attenzione alle problematiche comunali.
  • 2) L’atteggiamento generale è spesso di diffidenza, non per dire peggio, verso la politica. Chi utilizza queste parole, che esprimono valori positivi unanimemente riconosciuti, tende a rassicurare e a dare garanzie all’elettore sulla bontà del suo agire. Si cerca così di abbattere quel muro che divide chi si appresta ad assumere il “potere” da coloro che soggiaceranno alle regole alle quali la comunità dovrà attenersi. Questi richiami evidenziano comunque la sempre maggiore scarsità di personaggi di alta statura politica, i quali non avevano bisogno di dichiarare la loro integrità morale ma la dimostravano nel loro agire quotidiano.
  • 3) La politica non è una realtà astratta e non sfugge alle dinamiche che si ritrovano in tanti altri ambiti della nostra società. Sicuramente ci sono quindi anche coloro che non mettono al primo posto gli interessi della comunità ma operano in modo anche opportunistico a titolo personale. Non penso però che sia un fenomeno su larga scala. Nella stragrande maggioranza dei casi chi si mette a disposizione per amministrare la cosa pubblica lo fa sacrificando tempo che potrebbe dedicare ad altro (famiglia, attività professionale, tempo libero,…) e non per interessi personali.
  • 4) Le aggregazioni contribuiscono a migliorare sensibilmente i meccanismi tecnico/amministrativi delle realtà comunali di piccole dimensioni, che prese singolarmente faticano ad adattarsi alle sempre più complesse esigenze in ambito normativo. Si pensi per esempio ai flussi e alla interazione Comune/Cantone/Confederazione. Anche i rapporti Comune/cittadino sono profondamente mutati negli anni e necessitano di competenze che le piccole realtà non sempre sono in grado di garantire. Dal punto di vista politico, se le aggregazioni non sono compiutamente spiegate e motivate, così che la popolazione le faccia proprie, il rischio è che non stimolino il cittadino a mettersi a disposizione per amministrare la cosa pubblica. Nel caso peggiore può nascere un sentimento di avversità e distacco della politica comunale magari accompagnato da un aumento delle pretese in termini di servizi erogati. Come sempre, comunque, a fare la differenza sono le persone. Chi dà prova di comportarsi veramente a favore della comunità e senza condizionamenti esterni saprà coltivare il giusto “humus” sul quale far crescere l’interesse per la politica.

A cura di Gilberto Bossi

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