Un confine che ora divide

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Qual è la distanza fra il piazzale dei centri commerciali di Balerna e Morbio e la linea di confine? Qualche centinaia di metri, un chilometro, forse due, dipende del valico che si sceglie. Ma è una lunghezza che divide. Divisoria. E che nessuno sa come superare, se si parla con i ticinesi. Si sentono discriminati. Perché i frontalieri passano a decine di migliaia, mentre noi non possiamo neppure far due passi di là per comperare il “Corriere” dal giornalaio di Ponte Chiasso. O pochi ci provano, perché la maggior parte teme le multe.
I frontalieri passano. E si fermano pure: per ritirare i soldi alla posta, fare la spesa, entrare in farmacia.

Questa coppia di pensionati di Como, appena usciti dal Serfontana, è il ritratto della normalità, della consuetudine, di quella frontiera sulla quale raramente la storia ha montato dei muri. Marito e moglie, oltre alla mascherina, portano entrambi la busta con le compere, non un granché ma meglio di niente, avranno pensato le venditrici dei negozi. Siete fortunati, voi comaschi.. “È il nostro, di governo, che non riesce a mettersi d’accordo con la Svizzera”. Non vi fermano al valico quando uscite, quando entrate? “Finora no, qualche controllo ma nulla più. Pensi che è dagli anni Settanta che veniamo da voi a fare la spesa. Una bella abitudine. L’occasione, adesso, è quella del nipotino, che portiamo qui nel Mendrisiotto una volta per settimana per allenarsi con la sua squadra; ne approfittiamo, facciamo la spesa, passiamo a riprenderlo e ce ne torniamo a casa. Con noi abbiamo l’autorizzazione della società sportiva per poterlo accompagnare, se ci fermano. Dovete essere voi svizzeri a spingere: per quale motivo non potete venire da noi? È vantaggioso per tutti il territorio di confine, da sempre: è uno scambio, anche economico”. Non temete che i passaggi, in questo momento, noi da voi, voi da noi, contribuiscano a moltiplicare i contagi? “Perché? Basta rispettare le regole, mascherine, distanze…; nostro figlio lavora in un ospedale ticinese e ci tiene informati”.

Dicembre 2019 “una polmonite strana, ci dissero all’OBV”
Un giovane frontaliere sta andando allo sportello della posta. “Se una persona è in grado di rispettare le regole, non vedo alcun problema. La mascherina, la distanza, non darsi la mano, i guanti se c’è bisogno, il disinfettante per le mani… Bisogna fare in modo che la gente impari a rispettare le regole”. Fa anche la spesa?” No. In questi giorni non so come fanno le guardie alla frontiera, ma mi è capitato di vedere che se non hai un valido motivo per entrare in Svizzera, ti rimandano indietro. Certo, mi dispiace molto che voi ticinesi non potere venire di là”.
Una ragazza frontaliera, posteggia l’auto, scende. “Lavoro in fabbrica, sto tornando dal lavoro. La spesa la faccio in Italia. Mi sono fermata prima di andare a casa per comperare un biglietto d’augurio per un compleanno. In dogana fanno i controlli, ogni tanto”. Sembra che soprattutto qui nella zona di confine tra residenti e frontalieri ci sia un po’ di ruggine; i ticinesi la vivono come un’ingiustizia questo vedervi passare a migliaia… “Guardi, io vado d’accordo come prima con i ticinesi, con i colleghi di lavoro; mi dispiace che non possiate passare il confine. I nostri centri commerciali vivono anche grazie a voi. È una grande perdita per l’economia italiana di confine. Ci sono molti lombardi che vengono qui per la benzina”. Cosa si potrebbe fare per tornare alla normalità? “Non saprei proprio, ma basta stare attenti, proteggersi; è stato sbagliatissimo quello che è successo l’anno scorso, quando i bar erano chiusi in Italia e molti entravano in Ticino per frequentare i bar di Lugano, causando assembramenti. Ma finché uno vuole andare a fare la spesa di qua o di là non vedo il problema…”.
Questi, invece, che stanno camminando piano piano con le borse della spesa sono ticinesi. E mentre vanno via dal centro commerciale raccontano una storia di dolore che forse racchiude tutto il dramma che stiamo vivendo. Sono due persone anziane, lui ha perso la moglie, sorella della signora che lo accompagna. Lei abita nel Luganese, lui, l’uomo rimasto vedovo, in un paese del Mendrisiotto. La questione del confine, dei frontalieri, appare secondaria durante la conversazione. In primo piano finisce la vicenda della signora che non c’è più. “Era malata mia sorella, una malattia cognitiva ed era seguita a domicilio dal personale infermieristico. A dicembre del 2019 abbiamo dovuto ricoverarla all’Ospedale di Mendrisio e i medici ci hanno detto che quella polmonite era strana. È stata dimessa, poi abbiamo dovuto ricoverarla di nuovo. E un’altra volta ancora. È morta nel mese di marzo, lo scorso anno. Di Covid. Ricordo che in quelle settimane, fine dicembre, inizio gennaio, chiedevo alle infermiere che la curavano a domicilio di indossare la mascherina; ma rispondevano che non era necessario perché loro erano già vaccinate contro l’influenza stagionale. Non sto accusando nessuno, le sto soltanto spiegando la situazione in cui ci siamo venuti a trovare”.
L’uomo non riesce a dire molte parole quando la cognata rievoca quei mesi, dice soltanto che è meglio stare tutti chiusi finché c’è la pandemia. I suoi occhi diventano rossi e forse tra un po’ sulla mascherina scenderanno le lacrime.