Le caldarroste della speranza

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Mercoledì pomeriggio alcuni volontari del paese hanno preparato le caldarroste, servite poi ai residenti all’interno della casa; il tutto nel rispetto delle misure di sicurezza da parte di tutti coloro che hanno collaborato a questa bella tradizione autunnale; un segno di speranza in giorni migliori rispetto a quelli descritti nel libro.

La casa per anziani San Rocco a Morbio inferiore ha dovuto confrontarsi duramente con la malattia e la morte dovute alla pandemia, nella scorsa primavera. Lo scrive l’editore Dadò nella nota che accompagna la raccolta di testimonianze curata da Graziano Martignoni, psichiatra e psicoterapeuta e John Gaffuri, direttore della casa, che da qualche anno ha aperto le sue porte a esperienze innovative, come la presenza di un preasilo, dell’ufficio postale e di una panetteria – pasticceria, all’insegna dell’incontro fra generazioni. La struttura fa capo alla Fondazione Parco San Rocco, promotrice, con i Comuni, di due progetti di case per anziani a Coldrerio, in fase avanzata di costruzione, a Vacallo e della ristrutturazione della stessa San Rocco.
Il virus “ha varcato le porte della nostra casa il 12 marzo, in modo invadente, in una struttura che da giorni si era fermata nei suoi ritmi, nelle sue relazioni, nel suo essere punto d’incontro e di riferimento per la comunità”, scrive Gaffuri, ricordando che i primi casi di coronavirus in Ticino si erano verificati nel periodo di carnevale. Quello più popolare, il Rabadan di Bellinzona, si era svolto poche settimane prima, dal 20 al 25 febbraio e la manifestazione era stata additata come culla ticinese del virus partito dalla Cina.
C’era però stato tempo sufficiente – scrive il direttore – per mettere a punto “una reazione rigorosa, intelligente e coraggiosa, un mix di testa e cuore”, applicando “quanto da giorni si stava allenando”.
Ma “alcuni residenti, malgrado le amorevoli cure” sono deceduti, “hanno abbandonato la corsa, intraprendendo il cammino con grande coraggio, coscienti delle loro limitate forze date dal logorio dell’età”.
La lotta al coronavirs è paragonata da Gaffuri a una maratona, “una lunga e faticosa corsa in gruppo, con un occhio proiettato in avanti per fissare la meta e l’altro vigile, per aiutare chi rimaneva indietro; una maratona che ha messo a dura prova le risorse psicofisiche di ognuno di noi”.
La raccolta appena pubblicata è un resoconto toccante e intimo dell’esperienza vissuta dai curanti alla “San Rocco”. Intitolata Vita alla Vita, è “un libro corale”, si legge, con numerosi stimoli religiosi legati alle Sacre Scritture; le settimane della pandemia, con relative riflessioni, sono evocate da una dozzina di lettere scritte da Martignoni, figura di riferimento nella struttura di Morbio.

Le narrazioni dei curanti
Fra le testimonianze di chi ha lavorato nelle settimane più dure, ci sono le narrazioni degli infermieri e degli assistenti di cura. Come Sara, che ha la famiglia a Milano; e che quella mattina ha visto sua mamma piangere, supplicandola: “non andare, piuttosto licenziati”. Ma Sara ha voluto ritornare in Svizzera, senza temere le 12 ore di lavoro che l’aspettavano; e mentre sul reparto “vivevo emozioni positive, di gratitudine, di solidarietà, fuori vedevo paura, mancanza di consapevolezza e avidità umana; gente che al supermercato finiva scorte alimentari o di carta igienica riempiendo carrelli anche con le cose più inutili, senza preoccuparsi di lasciare qualcosa a chi arrivava dopo”.
Michela ricorda i momenti belli, con i parenti che passavano a portare i pasticcini, a ringraziare; il piacere di lavorare in una squadra unita, di sentirsi “in una grande famiglia”; ma anche “il vuoto e la tristezza infinita nel dover chiudere in camera i residenti perché passavano le bare dirette al reparto covid; una mattina sono entrate tre bare vuote e dopo pochi minuti sono uscite piene”.
Nelle case degli anziani l’attenzione dei dirigenti e dei curanti è sempre molto elevata e tutti si augurano che le misure di protezione in vigore siano sufficienti per evitare il ripetersi di quanto avvenuto in primavera. Presso la “San Rocco”, già a quell’epoca, erano state chiuse tre preziose attività apprezzate dalla popolazione, la panetteria, l’agenzia postale e il preasilo. La prima è stata riaperta sottoforma di servisol, con prodotti di panetteria, pasticceria, generi di prima necessità e un servizio di consegna pasti a mezzogiorno, che una quindicina di persone passano a ritirare; l’agenzia postale è rimata chiusa; il preasilo è stato trasferito nella parte bassa del paese, nello spazio di un ex ritrovo pubblico gestito da Pro Senectute che lo ha concesso ai genitori.