Pontegana che fu…

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Quelle degli Ortelli e dei Cattaneo sono famiglie da sempre residenti sul promontorio, anzi Gianfranco continua ad abitarvi. Altre casate che popolarono il colle furono quelle dei Meroni-Carlovingi, dei Bellini e dei Cerutti. Con Osvaldo e Giancarlo percorriamo i vari spazi che conservano la memoria di quel centro di vita agricolo che fu Pontegana. Guardando verso la pianura, i nostri interlocutori ancora non si capacitano di come i prati e i campi che attorniavano il promontorio e sui quali trionfava il primario, in una sessantina d’anni abbiano lasciato posto a cemento e asfalto. Una totale trasformazione del territorio, resa possibile da piani regolatori troppo permissivi e da scelte politiche discutibili. Tramite le loro testimonianze, abbiamo cercato di ricostruire i sapori della Pontegana che fu. Dal colle, ci dicono, partiva una strada che raggiungeva il mulino Polenta, dove ora si trova un centro commerciale. Per raggiungerlo bisognava superare un ponte posto il fiume e le pietraie circostanti4. Da qui il nome Pontegana.
La mezzadria
Osvaldo custodisce un quadernetto sul quale sono registrate le contabilità familiari di bisnonni e nonni: contadini, annotavano scrupolosamente entrate e uscite per evitare cattive soprese. Pontegana appartenne dapprima alla Curia Vescovile, poi passò in possesso della famiglia Pereda, originaria di Milano. Al tempo dei bisnonni e dei nonni vigeva ancora la mezzadria che comportava tanti obblighi. Sfogliando il quadernetto di Osvaldo veniamo così a sapere che nel 1896 pagavano alla Curia 1000 fr all’anno per l’abitazione e i terreni lavorati. Alla curia spettava pure del pollame e un carro di legna. Però, quando portavano un pollastro ricevevano 2 franchi. A Pontegana si giungeva, da Chiasso, con una strada in terra battuta che si staccava dalla cantonale, il cui tracciato esiste tuttora; da Bisio, con una salita alberata (ora scomparsa) che dava sul piazzaletto della Chiesina dell’Addolorata. Come detto, vi era pure un terzo tracciato che conduceva verso il mulino Polenta. Lungo la strada che sale da sud, la villa della famiglia Pereda.
Il Castello
Fino agli anni Sessanta rimaneva qualche vestigia del castello, poi, con l’inizio dei lavori per la costruzione dell’autostrada, il tutto è andato deperendo. Ci sono ancora degli avelli nello sperone di torrione che sopravvive. Ora a farla da padrone sono i rovi e anche l’accesso all’unico moncone rimasto visibile è difficile.
Le famiglie e le corti
A Pontegana, ogni famiglia aveva una sua corte e un soprannome: gli Ortelli erano i Bariöö5; i Cattaneo, i Catani6. Ogni nucleo familiare comprendeva una trentina di persone. In totale a Pontegana vivevano un centinaio di persone.
In ogni famiglia convivevano, in pochi locali vecchi, giovani e bambini. Quando si trovavano a mangiare tutti assieme era come essere al grotto, dice Osvaldo. Alla Masèra o Regiura spettava la gestione della casa: ogni credenza era chiusa rigorosamente a chiave, per impedire che qualcuno, di nascosto, saziasse la propria fame. L’acqua potabile nelle case era ancora una chimera. Si raccoglieva l’acqua piovana o si andava a pescarla col secchiello in una bella fontana posta all’entrata di Pontegana. Gabinetti non ne esistevano: al loro posto il bosco o la stalla. In cucina c’erano due secchi d’acqua che d’inverno, per il freddo, gelava; per scaldarsi ci si rifugiava nell’angolo dove era acceso il fuoco. Per sfruttare il tepore emanato dagli animali, in inverno ci si radunava nelle stalle: qui i nonni raccontavano storie ai bambini che li ascoltavano incantati. Proprio come Ermanno Olmi mostra nel film L’albero degli zoccoli. Altro edificio importante era la bigatèra, per l’allevamento dei bachi da seta. I gelsi, erano presenti un po’ dappertutto nei prati; le piante, oltre alle foglie (fondamentali per il nutrimento dei bachi), producevano un frutto simile alle more (ecco perché la pianta era chiamata murun) che i ragazzi gustavano. Il letame prodotto dagli animali veniva convogliato in una fossa e da qui, in autunno, sparso nei prati come concime. Ogni famiglia possedeva 6-7 mucche che servivano per il latte, venduto alla latteria. Oltre alle mucche, buoi e qualche cavallo. Il pascolo erano i prati dove ora sorgono complessi commerciali. Accanto alla pastorizia, l’agricoltura, il cui prodotto principale era il tabacco. Anche l’uva aveva la sua importanza: si otteneva ul vinel, bevuto in casa. I vigneti si trovavano nell’area poi occupata dal Punto franco. Da una parte la vigna e dall’altra il prato falciato per ottenere fieno per le bestie. I terreni raggiungevano le falde del Penz, collina sulla quale si saliva per il taglio delle piante utili per riscaldare; si arrivava fino a Santo Stefano; il carico veniva condotto al piano tramite un filo a sbalzo. A scuola, a Balerna, si andava a piedi; gli zoccoli, nelle belle stagioni, si mettevano in cartella; però, prima di entrare in aula, bisognava calzarli in quanto non si poteva entrare in classe a piedi nudi. Terminata la scuola, ci si accordava per andare fino al mulino del Pulenta, o alla Passeggiata a prendere i mergasc7, utilizzati per il falò durante la festa del santo.
I pericoli
Gianfranco, l’ultimo testimone della Pontegana che fu, coltiva ancora un orticello nei terreni che circondano la tenuta. E pensare che una volta tutti questi terreni erano coltivati e ora non c’è nessuno che, almeno, tagli l’erba, ci dice. Racconta di quando il carro, condotto dal padre e sul quale sedeva la mamma, causa una manovra sbagliata dei buoi che lo conducevano, si rovesciò. La mamma riuscì a scendere prima che i buoi finissero nella scarpata. La Canova era poco più di un sentiero che scendeva nel bosco sbucando non lontano dal fiume. Veniva utilizzato nel corso dell’estate, per evitare la calura, per scendere verso Chiasso. D’inverno, i ragazzi lo trasformavano in una pista per la slitta. Ed è scendendo con questo mezzo che un ragazzo, Giordano Fontana, morì. Eravamo alla metà degli anni Quaranta.
La svolta
L’ultimo della famiglia Ortelli ad abitare a Pontegana fu il nonno Maurin, morto nel 1929 all’età di 50 anni. Il papà Pepin (1907), maritatosi, lasciò il promontorio, scendendo ai piedi della collina, accanto alla Polus, in una casa ricavata da quelli che furono magazzini della ditta. Ed è il papà che fa compiere alla famiglia una svolta: va a lavorare all’AGE ma, una volta rincasato, continua a occuparsi della terra a ridosso della sua abitazione, ove ora ci sono i campi di calcio del Balerna8. Però Osvaldo andava ancora a giocare a Pontegana: c’era il castello che permetteva tante fantasticherie. Tra queste, scoprire il famoso sotterraneo che, in caso di necessità, avrebbe permesso ai castellani di fuggire verso un luogo sicuro. Poi, d’estate, quando c’erano le fienagioni, si saliva sul carro che i buoi trainavano fino al colle. Lassù il fieno, dall’alto, veniva gettato in cascina, e i ragazzi, sotto, intenti a schiacciarlo: per loro era un gioco.
Pontegana in festa
La Madonna di Pontegana veniva festeggiata due volte l’anno. In primavera, con un grande falò alimentato dalle sterpaglie (rovi e mergasc) raccolte nei campi e trasportate con la carétèla, un piccolo veicolo a quattro ruote e con lo sterzo. Per i ragazzi era un divertimento. Ci sentivamo nel corpo la primavera. Eravamo come le piante, i germogli, i fiori che rinascevano, dice Osvaldo. La seconda festa si teneva nel mese di settembre. Di fianco alla chiesa veniva montata una tettoia, sotto la quale si potevano gustare formaggini, salami e le torte preparate dalle massaie di Pontegana. Come bibite, a farla da padrone il vino dei fratelli Corti e le gazzose Galli. Alla terza domenica del mese, giorno dell’Immacolata, c’era la processione accompagnata dalla filarmonica di Balerna di cui anche Osvaldo, dal 1950, faceva parte, suonando il clarinetto. Dopo la processione si teneva l’incanto dei doni, offerti alla Madonna dalla popolazione. Il ricavato veniva utilizzato per le riparazioni urgenti della chiesa. I due incantatori erano ul Durin e ul Cechin da Puntegana.
Il futuro
Grandi cambiamenti si prospettano per Pontegana. Le modinature comparse da qualche anno fanno pensare che grandi stravolgimenti attendono il promontuorio nel prossimo futuro. L’augurio è che la collina non diventi un’ennesima colata di cemento.

Servizio a cura di Guido Codoni e Marco Della Casa