Meride, forse uno spiraglio

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La tenda di Petra Weiss

(red.) Una conciliazione extragiudiziaria: questa la proposta che potrebbe chiudere la triste vicenda di Meride che vede opposta Petra Weiss, usufruttuaria della casa che le ha lasciato la madre, e l’inquilina che la sta occupando e che non vuole andar via. Mercoledì il sindaco Carlo Croci e il capo dicastero politiche sociali Giorgio Comi hanno visitato Petra Weiss che non prende cibo da lunedì mattina. I rappresentanti del Municipio le hanno detto di essere molto preoccupati per la sua salute. Ma c’è anche chi è preoccupato che il forte sostegno ricevuto in questi giorni dall’artista di Tremona possa scivolare in gesti di cattiveria nei confronti dell’inquilina e del suo compagno, i quali ritengono di esser dalla parte della ragione, e non del torto, forti di una sentenza del Tribunale d’appello. La proposta della conciliazione è stata formulata dal sindaco con l’obiettivo “di permettere a due concittadini di risolvere in modo equilibrato una situazione umana insostenibile”. Il mediatore è stato indicato in una persona di grande esperienza del settore immobiliare e dei rapporti tra locatori e locatari. Il legale di Petra Weiss ha apprezzato la proposta e l’ha sottoposta all’avvocato dell’inquilina.

Martedì 2 maggio. “Giornalisti? Giornalai! Premio Pulitzer! Documentatevi”. Prima di chiudere il portone a chi gli chiede con insistenza di voler sentire anche l’altra campana, come le regole del mestiere gli impongono, l’uomo ironizza e, sulla pubblica via, grida tutto il suo livore contro la categoria. Si sente ancora, di là dal portone: “Chiamiamo la polizia, se non ve ne andate”.
Proprio di fronte, dall’altra parte dello stretto vicolo, Petra Weiss ha iniziato lunedì 1. maggio lo sciopero della fame ad oltranza che aveva preannunciato il 3 febbraio alla rubrica della RSI “Patti chiari”. Seduta davanti alla tenda in cui dorme in queste notti, poco gradevoli per via della pioggia e delle temperature basse, fissa con occhi sempre increduli la casa nella quale non può entrare. È stata la madre a lasciarle in dono l’usufrutto di quell’antica dimora situata al centro del paese di Meride.
L’aria che si respira nel vicolo è pesante. La locataria che ha firmato il contratto e la persona che le sta vicino (e che è furibonda con la stampa), non l’hanno presa bene, la protesta. Ma non parlano con i giornalisti, nonostante, più volte, sia stata data loro la possibilità. Il cartello storto con la scritta “Area videosorvegliata”, appeso sotto il ballatoio, potrebbe essere solo un avvertimento per evitare che all’ingresso dell’abitazione si soffermino ancora, come negli scorsi mesi, curiosi o malintenzionati. Non si capisce se c’è davvero la telecamera.
Nella piccola corte dov’è montata la tenda, Petra Weiss riceve numerose visite e il conforto di colleghi d’arte, amici, famigliari, residenti. Beve soltanto liquidi, ma dice di stare bene. Questa è una situazione che non la diverte per nulla; ed è convinta che le guerre comincino con il non parlarsi. Lei ci ha comunque provato varie volte, accogliendo peraltro la proposta della Pretura di dare agli inquilini un anno di tempo, da aprile 2016 ad aprile 2017 per trovare un’altra sistemazione. Inutile. L’accesso alla casa materna le rimane precluso.
Anche l’inquilina riceve una visita. Il portone si apre brevemente e una signora la saluta in modo amichevole e gentile. Forse ha saputo che la sentenza a lei favorevole per il momento permetterà all’amica di restarsene lì, con il suo compagno. La vicenda ha causato danni anche a loro: i giorni della protesta a pochi passi dalla casa che abitano, li fanno sentire sotto pressione e reagiscono male, perché pensano di avere ragione, come peraltro dice la più recente sentenza.
Ma quella decisione del Tribunale d’appello pesa sul cuore di Petra Weiss, che non riesce a darsi pace perché quella è la casa che è stata lasciata a lei ed ha tutti i diritti di entrarci. Ai suoi occhi lo sciopero della fame è l’ultima possibilità per riaverla. È esaperata per come un accordo concluso con semplicità e buonafede si sia trasformato in una storia così. Una vicenda conclusasi, per ora, con l’amarezza nel vedere l’Ufficio assistenza rimanere inoperoso in uno scenario in cui avrebbe benissimo potuto mediare; ma amarezza anche nel leggere le parole pronunciate da un tribunale che la mette dalla parte del torto. Chi si intende di queste cose sostiene che nella maggior parte delle sentenze pronunciate nell’ambito di questi rapporti, la pretura cerca una soluzione all’insegna dell’equità, mentre il Tribunale d’appello è molto vigile sul rispetto della forma e delle procedure.
Sempre martedì 2 maggio gli amici di Petra Weiss hanno preparato due lettere, inviate il giorno successivo ai destinatari, “per trovare finalmente una soluzione”. La prima è stata inoltrata al legale dell’inquilina, per sollecitare un incontro urgente con la controparte; la seconda a diverse autorità cantonali e comunali, tra cui il sindaco “per intervenire urgentemente nelle modalità delle rispettive competenze”.
La vicenda da qualche mese divide il villaggio. Chi critica Petra Weiss per la scelta di un gesto così clamoroso, ritiene che le sentenze dei tribunali devono essere accettate, anche se ritenute ingiuste; che comunque di battaglie tra proprietari e inquilini sono pieni i tribunali; e che il gratuito patrocinio viene accordato, nei casi di persone in assistenza, soltanto se ci sono discrete possibilità di farcela davanti ai tribunali.
Chi è solidale con la ceramista di Tremona non capisce perché sia stata data ragione ad inquilini che stando al buon senso dovrebbero capire che quella non è la loro casa. “È un storia di avvocati e tantissime scartoffie, di mancanza di comunicazione; è una storia di buonismo da parte delle istituzioni cantonali”, scrive a l’Informatore Egidio Cescato di Balerna che è andato a trovare Petra Weiss sotto il suo gazebo.
Mercoledì 3 maggio, nel pomeriggio, la brutta storia vede i primi raggi di luce: Petra Weiss, fra le numerose visite, riceve quelle del sindaco Carlo Croci e del capo dicastero politiche sociali Giorgio Comi. Le lettere inviate martedì hanno sortito l’effetto sperato.