Non chiamateli capannoni

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(red.) ”Mi fa male al cuore quando si parla di capannoni”, esclama il Consigliere di Stato Christian Vitta, nella sala conferenze della CCS Adaxys di Mendrisio. Il direttore del DFE parla davanti ai quadri della società. Al tavolo sono seduti anche alcuni giornalisti e i deputati Matteo Quadranti, Nicola Pini, Sebastiano Gaffuri, i tre che hanno accettato l’invito dell’Associazione industrie ticinesi rivolto alla “deputazione” al Gran consiglio del bacino posto a sud del ponte diga di Melide, composta di una quindicina di eletti.

L’azienda di Via Laveggio, con i suoi 260 dipendenti occupa da molti anni uno dei prefabbricati sorti, a centinaia, un po’ in tutto il Cantone, in paritcolare nel Mendrisiotto.  Non capannoni, dunque, ma “stabili industriali” che offrono circa 30 mila posti di lavoro (21% PIL cantonale).  Dentro ai quali “ci sono realtà poco conosciute”; in Ticino – continua Vitta – “si parla di economia con un accento negativo; le questioni dei salari, dei frontalieri e del traffico sono importanti, ma non ci si chiede mai cosa c’è dietro alle facciate di uno stabile industriale”. Vitta, che da quando è al Governo non si risparmia nei contatti con la realtà imprenditoriale, partecipa alle visite guidate promosse dall’Associazione industrie ticinesi, AITI. La prima, giovedì 3 settembre, nel Mendrisiotto con lo scopo, spiega il direttore di AITI Stefano Modenini, di sviluppare “un confronto costruttivo attorno alle problematiche più urgenti e alle sfide più ardue che caratterizzano e attendono le aziende”.
Questa in via Laveggio, che una volta si chiamava Nelm, produce circuiti e dispositivi elettronici venduti a gruppi industriali internazionali di primo piano, come Geberit, Franke, Liebherr, Kärcher, Steyr, e altri ancora attivi anche nel campo della difesa e della sicurezza. Oggi la vita dei prodotti industriali è breve: ecco perché il gruppo CCS, con sede principale a Lachen, nel Canton Svitto e filiali in diversi paesi, compresi Hong Kong, Cina e Sri Lanka, “necessita di continui investimenti importanti per crearne di nuovi”, spiega il CEO Thomas Keiser.

Terminata la visita nel reparto di produzione, ecco il faccia a faccia tra la politica e l’economia.
I volti sorridenti di Annamaria e Elena, 16 e 21 anni di lavoro a Mendrisio, compaiono sulla brochure del gruppo CCS. Come loro, tanti altri sono qui da molti anni. Se la fedeltà è di così lunga durata, significa che le prestazioni sono apprezzate e remunerate in modo corretto? La direzione del gruppo è convinta di sì. Dunque, “ci ha penalizzato  – dice Sandro Baroni, responsabile finanziario –  l’obbligo di introdurre il contratto normale di lavoro poiché impone  un salario minimo, teorizzato. Abbiamo avuto anche dei controlli, ci siamo adeguati. L’ingerenza non lascia spazio all’economia. Il contratto normale penalizza il merito, non fa bene alle aziende, porta all’appiattimento dei salari. Condivide il direttore di AITI, Stefano Modenini: “il potere d’acquisto dei frontalieri è diverso dal nostro. I CNL riguardano 17 mila collaboratori su 180 mila posti di lavoro, non mi pare proprio che si possa parlare di un mercato del lavoro al collasso…”.
“Noi paghiamo un salario d’uso per il lavoro svolto ma non andiamo a cercare personale in Italia per pagarlo 500 franchi al mese”, continua Baroni. “Ci vantiamo di vivere in questo tessuto sociale, abbiamo assunto persone con titolo universitario che ci dà molte soddisfazioni. Cercavamo un contabile, recentemente, ma non lo abbiamo trovato in Ticino: è giunto da un cantone confederato e si è stabilito qui”.

“No alle aziende che speculano”
“Non è certamente motivo d’orgoglio – risponde il direttore del DFE – avere 15 CNL in Ticino. Questo contratto non è un modello svizzero. Vuol dire che sul punto dei salari, i terreni d’intesa sono difficili e che il partenariato sociale non ha funzionato. A monte c’è un problema strutturale. Fino a qualche anno fa la società ticinese guardava con orgoglio alle sue imprese.  Oggi non più. È la popolazione che chiede alla politica misure contro la pressione sui salari; e presto, dopo l’esaurirsi della durata del CNL, che è di 3 anni, dovremo occuparci del salario minimo voluto dai cittadini in occasione della votazione di metà giugno. Dobbiamo decidere quali sono i settori che danno valore aggiunto e chi specula, favorendo il dumping salariale. La disoccupazione ticinese è allineata oggi a quello nazionale. Il problema non sta nella quantità dei posti di lavoro, ma nella qualità. Dobbiamo sradicare le aziende che speculano”.

“Useranno ancora l’auto”
Al di là della questione del CNL i rapporti tra questa industria e le istituzioni sembrano buoni, iniziando da quelli con la formazione professionale e la SUPSI. Nei settori tecnici sono stati assunti ticinesi, ma ci sono anche ungheresi e romeni, “tutti collaboratori di qualità”, spiega il responsabile finanziario dell’azienda di via Laveggio. Riguardo ai trasporti, non sarà la tassa di collegamento a risolvere il problema. Al massimo funziona il carpooling. I dipendenti useranno ancora l’auto. Qui si lavora su due turni, 6-14 e 14-22. Si sta discutendo con le FFS (la stazione di S. Martino è a due passi) ma intanto soluzioni non se ne vedono.