Sbarchi: cosa attendersi al confine?

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Chiasso, 12 ottobre 2005 - bambini al centro asilanti di Chiasso - ospiti del centro richiedenti l'asilo di Chiasso (FOTO FIORENZO MAFFI)

Lo vediamo ogni sera nel piccolo schermo: migliaia e migliaia di migranti stipati nei gommoni stanno approdando in questi giorni sulla costa di Lampedusa. L’Italia è sotto pressione, anche perché questi disperati vanno controllati dalla testa ai piedi e nell’identità. Fra loro potrebbero celarsi le cosiddette cellule impazzite dell’Isis. Isis che minaccia esplicitamente l’Italia dopo aver assediato alcune realtà della Libia. Di fronte a questo scenario viene da chiedersi cosa si prevede a Chiasso cioè alla porta sud della Svizzera.

Una nuova ondata di profughi in fuga dalla Libia? Quali sono le indicazioni della Confederazione? Lo abbiamo chiesto a Carmela Fiorini a capo del Servizio cantonale richiedenti l’asilo. “Stiamo assistendo ad un fenomeno abbastanza strano: i flussi migratori che sbarcano in Italia, prima prediligevano la Svizzera. Ora invece la tendenza è a spingersi più a nord. I rifugiati puntano alla Germania, la Svezia, la Danimarca. La Svizzera è passata al terzo posto come meta nel viaggio della speranza. Sappiamo tuttavia che sono ammassati su punti nevralgici quali Milano e Como”. Alla porta sud della Svizzera per ora dunque… “Non viviamo in un clima di allarmismo. D’altra parte prendiamo la questione molto seriamente e siamo in costante contatto con l’Ufficio federale della migrazione. Ufficio che ci ha comunicato quelle che sono le previsioni: per il 2015 ci si aspetta un forte aumento delle domande d’asilo in Svizzera. Se ne attendono 29mila contro le 23mila registrate nel 2014”. Ma vediamo in Ticino come si pensa di far fronte e con quali centri.

Come è organizzato in questo momento il Ticino per quanto riguarda i centri d’accoglienza e di registrazione?
“Bisogna distinguere; – mette a fuoco Carmela Fiorini, responsabile del Servizio cantonale richiedenti l’asilo – per i richiedenti l’asilo che approdano nel Cantone, abbiamo i centri di Chiasso (per metà la struttura è chiusa per ristrutturazione) e Losone (che noi consideriamo come il braccio lungo di Chiasso in questa fase), nonché una struttura a Biasca. Queste tre realtà sono gestite dalla Confederazione ed esulano dalla competenza cantonale. Da questi centri poi, i rifugiati vengono attribuiti ai Cantoni. Al Ticino spetta il 3.9% degli arrivi in Svizzera. Per alloggiarli, disponiamo di due centri situati a Paradiso e Cadro per un totale di 170 posti. Il Cantone li gestisce con la Croce Rossa quale partner. Esaurita la capacità d’accoglienza di questi due centri, si fa capo alle pensioni sparse sul territorio e, quando anche queste sono sature, si pensa ad attivare provvisoriamente dei centri collettivi. In luglio dapprima abbiamo aperto la struttura della Protezione civile a Lodano per un periodo limitato, poi siamo passati a Lumino per un altro periodo e ora siamo a Camorino e vi rimarremo probabilmente fino a giugno”.

Quindi non c’è allarmismo ma siete costantemente in contatto con Berna.
“Settimanalmente riceviamo indicazioni dalla Confederazione. Del resto siamo piuttosto allenati a far fronte anche a situazioni difficili. Quando vi fu la guerra nei Balcani, si verificarono quarantamila arrivi. Siamo confrontati spesso a fenomeni inspiegabili e la parola-chiave nel nostro settore è l’imprevedibilità. Ad esempio, lo scorso mese di luglio, c’era stato un picco per i flussi dall’Eritrea. I Cantoni si sono organizzati individuando centri supplementari e poi da settembre a dicembre abbiamo registrato un calo netto di domande”.

E al momento, quali sono i paesi più presenti nei flussi in arrivo?
“Senz’altro l’Eritrea e la Siria”.

Dal vostro osservatorio, che effetto fa assistere in TV agli sbarchi sull’Italia?
“Penso che sia un vero dramma a livello umano. Anche per chi lo tocca con mano. La Comunità Europea dovrebbe fare di più. L’impressione è che in questa situazione, l’Italia sia abbandonata a se stessa”.