Quando la bicicletta si racconta

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• (red.) La leggenda narra di uno stimato e benvoluto muratore di un paese vicino, recatosi alla festa del Beato Manfredo con la sua bicicletta, portandosi dietro la non troppo brillante fama, che mai lo lasciava, di gran bestemmiatore. Sulla via del ritorno entrambe le ruote si bloccarono misteriosamente e l’uomo, pensando alla vendetta divina, fece marcia indietro, con la bicicletta in spalla, fino alla casa dell’arciprete, al quale raccontò il fatto. Ottenuta la promessa di non più bestemmiare, il prete gli diede un piccolo crocefisso che l’uomo appese sulla canna della bicicletta, a mo’ di protezione. Morì in pace, senza più bestemmiare, qualche tempo dopo.

La bicicletta, invece, è rimasta chiusa da qualche parte, col suo Cristo appeso alla canna, fin quando Giovanni Vassalli, che ascoltò quella leggenda quand’era un bambino,  l’ha vista e comperata. E la leggenda è diventata un pezzetto di storia paesana, che tutti possono conoscere visitando la mostra che verrà aperta venerdì prossimo 11 aprile – con inaugurazione alle 17 – al Torchio, al pianterreno della Casa patriziale. “Non credevo ai miei occhi quando ho visto quella piccola croce da rosario, perché di quel fatto avevo soltanto sentito parlare in famiglia, quand’ero piccolo”.
Vassalli di biciclette ne ha un’ottantina; le ha collezionate durante una vita e con infinita pazienza le ha rimesse in forma. Una trentina le ha portate alla mostra (resterà aperta fino al 13 giugno). Una è di legno, l’ha costruita lui, da cima a fondo.
Alcune non si sa da dove arrivano. Quella dell’arrotino, Vassalli l’ha trovata buttata via. L’ha restaurata, come ha fatto con le altre, ed ora eccola lì, con la sua mola in ordine e la catena che il “muleta”, quando si fermava nei paesi, staccava dalla ruota dentata della bici per metterla su quella della mola. Poi via con il pedale, a rifare il filo alle lame di forbici e coltelli. “La bicicletta, spiega Vassalli, fino a buona parte del secolo scorso, si usava soprattutto per lavorare, o per andare sul lavoro. C’è quella dell’ombrellaio, del muratore, delle donne, senza la canna perché c’era la veste di mezzo, per andare in campagna”. I fabbricanti marchiavano diverse parti del telaio, oltre che sulla canna, anche sui parafanghi e addirittura sui freni.
Per ognuna, una piccola storia, quand’è stato possibile ricostruirla. La mostra serve anche per quello: chi scopre, dell’una o dell’altra bicicletta, qualche traccia, non esiti a parlarne con Vassalli.
Il resto è tutta nostalgia? Non proprio. Le biciclette dell’epoca rurale erano pesanti, scomode. Ma costose per la maggior parte della gente, che le teneva bene o comunque faceva in modo di farle durare decenni: “pensiamoci un po’, noi che ci mettiamo così poco a buttar via la roba…”, dice Giovanni Vassalli, rivolgendosi soprattutto ai ragazzi delle scuole, invitati pure loro a visitare la mostra. A dare una mano a Giovanni la moglie Angela, gli amici del Gruppo Rocul e Giorgio Galfetti, per i manifesti. “Mio fratello Piergiorgio, scomparso pochi mesi fa, mi aveva detto diverse volte di mostrare queste biciclette; ho esaudito il suo desiderio…”, dice Giovanni.
E così ecco una selezione dei pezzi raccolti in tutti questi anni: qui una pesante Motosacoche, fabbrica di motociclette e biciclette fondata nel 1899 a Ginevra; là, dall’Italia, con risvolti svizzeri, ecco una bella Atala, assemblata dai carcerati a Milano. Un fabbricante ticinese di Mendrisio (un altro era attivo a Chiasso con la marca Ticino) ottenne dall’Atala una licenza per assemblare un modello, alla condizione di cambiarne comunque il nome, da Atala ad Atalanta. Purtroppo la storia, questa volta, non ha lasciato traccia e di bici Atalanta Giovanni Vassalli non ne ha trovate.