LIA, chi vuole abolirla e chi la promuove oltre confine

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I falegnami tra l'incudine e il martello.

(red.) “Oggi io, artigiano ticinese, a mie spese, sono andato a Bellinzona a perorare l’abolizione della legge che doveva salvarmi dai padronici davanti alla Commissione petizione e ricorsi, che mi ha ricevuto alle 10.30 e mi ha ascoltato con sincero interesse fino alle 11.30. Per questo sono grato alla commissione e la ringrazio molto”. È quanto ha scritto lunedì 2 ottobre Andrea Genola, il carpentiere malcantonese portabandiera di tutti coloro che non sono d’accordo con la Legge sulle imprese artigianali (LIA) votata a grande maggioranza dal Gran Consiglio e i mezzi adottati dalla Commissione LIA per farla rispettare. “Ho dimostrato che la legge è da abrogare al più presto, in primo luogo perché è anticostituzionale e mina la libertà economica, dunque il futuro dei nostri figli. Inoltre i fini perseguiti sono già adottati da leggi e regolamenti esistenti, perciò è un costosissimo doppione”, scrive Genola.
Tocca ora alla commissione esprimersi: “perseverare nell’errore, mettere cerotti o abrogarla al al più presto”. Genola, che ha raccolto migliaia di firme di cittadini contrari alla LIA, segnala che lo stesso lunedì, “mentre io ero a Bellinzona a perorare l’abolizione della legge” la direzione della LIA era a Varese a Ville Ponti per un incontro promosso da Confartigianato e rivolto alle imprese della regione, “con spese probabilmente a carico della stessa commissione”; per spiegare loro, cioè “ai padroncini che hanno il solo difetto di rispondere alle nostre chiamate” le norme per lavorare da noi. Il congresso era intitolato “Academy lavorare in Svizzera e in Ticino”. Su cinque domande d’iscrizione alla LIA, una giunge dall’Italia, hanno spiegato i ticinesi alle ditte d’arredamento, ai falegnami, ai giardinieri varesini. La Lia, rileva Genola “crea costi, nessun beneficio e anzi certifica e promuove le aziende estere”.
Mercoledì 4 ottobre risultavano iscritti all’Albo della LIA ben 140 falegnami residenti in Italia, tutti dunque con i giusti requisiti per lavorare in Ticino e nel Mendrisiotto in particolare. Facendo concorrenza ai falegnami residenti.
Sempre questa settimana, i giornali hanno segnalato la vicenda di un impresario attivo da quarat’anni in tutta la Svizzera e in Ticino. Gli ispettori LIA hanno controllato il cantiere nel Locarnese, lo hanno chiuso e il titolare, non iscritto all’albo, è stato costretto a licenziare 2 pittori e 8 gessatori, svizzeri e regolari. L’imprenditore farà ricorso: “è assurdo che un’impresa che opera a livello nazionale debba pagare 600 fr di tassa per poter lavorare in Ticino”.