Evitato un suicidio assistito

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(red.) In una casa per anziani della regione è stato evitato il suicidio assistito di un signore, programmato da tempo. Il residente, oggi, è contento di essere ancora in questo mondo, non ha intenzione di morire e sta bene, nonostante i malanni dell’età avanzata. Soprattutto, con l’affetto del personale della casa, e l’aiuto di specialisti, è stato possibile ridare solidità alla sua rete famigliare.

A rallegrarsi per il suicidio sventato sono stati prima di tutto i responsabili e i curanti della casa, oltre che i famigliari. Come si legge nelle raccomandazioni della Commissione nazionale di etica (CNE) su questo tema delicato – richiamate recentemente anche dal Municipio di Chiasso (cfr. L’Informatore del 18 agosto) – le strutture sociosanitarie hanno quale obiettivo primario di vegliare sulla vita ed evitare il più possibile il suicidio. Preoccupazione che la casa in questione ha sempre preso sul serio; anche alla vigilia, quando, nel tentativo di giocare anche l’ultima carta, è stato chiamato un consulente specializzato nel disagio psichico e psicologico. Una carta che si è rivelata vincente: lo specialista, la direzione della casa e i famigliari sono riusciti ad entrare in sintonia con l’uomo; il quale, come nelle settimane precedenti aveva concluso che il suicidio era la scelta che più gli conveniva, dopo i colloqui si è convinto che valeva la pena ricominciare a vivere. Così l’appuntamento con la dolce morte procurata dai volontari dell’estremo gesto, che già avevano certificato la sua volontà di suicidarsi, sulla base di una riconosciuta capacità di intendere e volere, è stato annullato, fra la soddisfazione di tutti.
Anche nel Mendrisiotto i responsabili delle strutture per anziani si confrontano da tempo con la questione del suicidio assistito, né più nè meno che altrove: “il numero delle richieste continua a crescere e rispecchia parzialmente la progressione del numero di persone anziane in Svizzera”, si legge in un rapporto nazionale, datato ottobre 2016, dell’Ufficio federale di statistica.
Statistiche a parte “si sta svilippando anche da noi una cultura che permette il suicidio assistito”, dice un operatore della regione. Fra le case anziani del Mendrisiotto ve ne sono alcune che, all’ammissione, spiegano all’interessato e ai suoi famigliari che la pratica non è ammessa. Certo, si conosce bene la prassi adottata nel Canton Vaud, dove, per decisione popolare, dal 2012, le case di riposo, le cliniche e gli ospedali finanziati dallo Stato non possono più rifiutare al loro interno l’assistenza al suicidio. In Ticino tutte le case per anziani sono finanziate dallo Stato, anche quelle private, appartenenti di solito a fondazioni di tradizione religiosa; uniche eccezioni alla mano pubblica, le residenze-albergo per la terza età. Tutte le case, in altre parole, dovrebbero in teoria permettere la pratica.
Il Gran consiglio ticinese, la scorsa primavera, ha però rifiutato di seguire Vaud. Ma basta un caso, come quello appena descritto, al di là di ciò che dice o non dice la legge, per capire quanto sia elevata l’attenzione e aperto il confronto. “Quando un anziano ci lascia perché ha deciso di morire, non bisogna mai sottovalutare lo stress cui è sottoposto il personale”, dice a l’Informatore il responsabile di una struttura, “perché in una casa di riposo, fra personale e residenti nascono rapporti umani importanti; e quando le relazioni si interrompono in modo così drammatico, ne risentono tutti. Compresi i residenti, che non vedono più comparire chi fino a qualche giorno prima faceva loro compagnia. E sanno anche il perché”.
Le autorità cantonali preposte sono piuttosto attente al rispetto, da parte delle case, dei diritti all’autodeterminazione dell’anziano residente, compreso il suicido assistito. Ma ci sono anche operatori che mettono in dubbio i pareri espressi dalle associazioni per decretare lo stato vigile dell’anziano che lo richiede, soprattutto se coinvolto in malattie che lambiscono la sfera cognitiva.
Il divieto di praticare la dolce morte “in casa” non equivale di solito a mettere alla porta chi matura, nel tempo, questo desiderio: “Ci accertiamo che non vi siano pressioni esterne, da parte di congiunti. Offriamo un aiuto spirituale, nel rispetto, comunque, dei valori di queste persone. Si tratta di anziani che sono consapevoli della loro scelta estrema, capaci – stando, almeno, ai certificati esibiti dalle associazioni che si occupano di queste pratiche e che le visitano con i loro rappresentanti medici – di intendere e volere. Non possiamo, del resto, impedire che avvengano colloqui tra l’anziano e le associazioni che accompagnano il suicidio. Se il desiderio si trasforma in una scelta precisa e determinata non possiamo fare altro che dimettere la persona”. Una decisione presa a malincuore dalle case di tradizione religiosa; ma che è in linea anche con l’orientamento del Gran consiglio che il 21 marzo non ha voluto inserire nella legge il diritto al suicidio assistito per anziani e malati terminali: se la casa non lo permette, per lasciarsi morire, dovranno lasciare la struttura anche in futuro.