Vi spiego Guglielmo Tell

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“Ogni volta che i ta carezzan i cavii, dumandig cinquanta ghei!”. Se la ricorda bene Elisabeth Alli, la raccomandazione scherzosa che le avevano fatto i famigliari quando la portavano in città. Non era raro che qualche passante vedendo i suoi capelli corti e ricci non resistesse e glieli toccasse. “Ero l’unica bimba della Valle del Vedeggio con la pelle differente”.

Elisabeth ha sempre vissuto con il sorriso; ma non nega il pesante fardello di quell’età: essere adolescente, avere la pelle scura, non avere vicina la famiglia biologica. Oggi è tutto diverso: “la società è più variegata, nel Cantone risiedono stabilmente moltissime famiglie provenienti da varie parti del mondo. Mi stupisco sempre nel leggere la quantità di cognomi stranieri fra i diplomati delle Scuole medie superiori del Cantone. Vuol dire che in Ticino l’integrazione è un dato di fatto, vuol dire che la scuola fa integrazione!”

Nelle parrocchie
della Montagna
Elisabeth Alli abita ad Arzo con la famiglia, marito e tre figli, è vice presidente della Federazione ticinese di atletica leggera e quest’anno è coordinatrice della preparazione dei bambini della prima comunione delle parrocchie di Arzo, Tremona e Meride, oltre una ventina. “In Ticino noto un risveglio della religiosità, ma soprattutto del desiderio di voler appartenere ad una comunità. A giugno scorso i cresimandi ad Arzo erano una ventina proprio come i comunicandi del prossimo mese di maggio”.

“Figlia” della guerra
del Biafra
Porta il nome della mamma, Elisabeth, e il cognome del papà, Alli, entrambi nigeriani. La madre apparteneva all’etnia Igbo, dello Stato del Biafra: la cui secessione dalla Nigeria produsse una sanguinosa guerra civile, la “guerra del Biafra” alla fine degli anni Sessanta. Il padre, appartenente alla popolazione maggioritaria Yoruba, commerciante con l’Europa, volle portare la moglie incinta in salvo, in Germania. Ma Elisabeth nacque prima del previsto e il viaggio s’interruppe in Ticino. “Nacqui alla clinica Sant’Anna di Sorengo”. Era il 1970.
La vita di Elisabeth inizia con un gesto di grande generosità e umanità. Una famiglia ticinese, venuta a sapere che la piccola per problemi di respirazione non può viaggiare, l’accoglie in casa, le dà un focolare e la cresce. Una volta stabilitasi in Romandia per motivi di studio,  grazie al servizio di ricerca persone della Croce Rossa Internazionale, riprende i contatti con la famiglia biologica. Nel frattempo, dopo una laurea in Scienze sociali e Politiche con indirizzo economico,  presenta una tesi di master (scienze sociali) sui modi e gusti alimentari dei bambini delle quattro regioni linguistiche della Svizzera. Professionalmente inizia con l’occuparsi di apprendisti che interrompono il contratto di tirocinio. Dopo la sua tesi di dottorato sul marketing dei bambini, scrive libri per bambini sulla Svizzera e comincia ad offrire laboratori d’integrazione alle scolaresche in tutta la Svizzera. “Sono un esempio vivente di integrazione” dice, scherzando.
Ce ne sono molti altri. Federer e Hayek (padre), per esempio, sono figli di genitori nati altrove; e se possiamo oggi essere riconoscenti verso di loro è anche perché quelle famiglie hanno trovato nella Svizzera un paese in grado di sviluppare e organizzare i loro talenti.

“Tutti vorrebbero
essere neutrali”
I valori che Elisabeth propone nelle scuole sono concreti; l’organizzazione (che è un misto di puntualità, ordine e lavoro), per esempio; e più complessi, meno tangibili, come la neutralità: “i ragazzi, quando ho finito di spiegare di cosa si tratta, mi rispondono che tutte le nazioni dovrebbero essere neutrali, così non ci saranno più le guerre”. Le risposte, alle domande rivolte loro da una persona con la pelle scura, giungono sia dai bambini svizzeri, sia dai vicini di banco di altre nazionalità, di altre religioni. “E allora capiscono perché tutti vorrebbero stare in Svizzera, un crocevia di etnie, culture, valori…”.

La tristezza
dei ragazzi eritrei
Ma c’è ancora molto da fare, secondo Elisabeth Alli. “Ho sentito raccontare di adolescenti eritrei accolti in Ticino senza prospettive, addirittura con poca voglia di vivere. Si sentono messi da parte, nessuno gli rivolge la parola”.

Fra paura
e informazione
La situazione dei paesi di provenienza dei profunghi di oggi è ben differente dalla realtà di partenza dei profughi degli anni Ottanta e Novanta, pensiamo ai cileni, ai kosovari…

Preparare
i cittadini
Persone che lasciano il nulla per cercare una vita migliore. La maggior parte non ha un’istruzione ed è cresciuta in paesi dove lo Stato è assente, avvilisce i suoi cittadini, li opprime, li uccide… “In parte è vero, ma è pericoloso generalizzare; arrivano persone anche molto istruite, da noi”, riflette Elisabeth. “È una situazione difficile; il divario tra chi sta bene e chi soffre, tra chi ha i diritti e chi li ha perduti è cresciuto negli ultimi anni. Ma il sentimento della paura sarà vincente – continua Elisabeth –  se nessuno s’impegna a sviluppare dei progetti alternativi di accoglienza, spiegando in primis alla nostra popolazione – per esempio a scuola – i problemi che questi profughi incontrano nei loro paesi di provenienza. Se le autorità accolgono i profughi è importante che preparino i cittadini, che di solito ignorano la storia di quei paesi e le reali situazioni di partenza. Gli asilanti provano una doppia sofferenza: essere stati costretti a partire e non sentirsi accolti. Il ticinese ha un’indole calorosa e il cuore in mano: penso alle molte ore di volontariato che si fanno nei gruppi, nelle associazioni, nelle società sportive. Il Mendrisiotto è particolarmente attivo! Io sperimento questa “virtù” nell’atletica leggera. Ci sono tutte le premesse per dare una mano a chi si sente tagliato fuori. Bisogna soltanto mettere in rete le forze, fare il primo passo. L’ integrazione, per me, è reciproca. Per noi che accogliamo significa arricchirsi della cultura dell’altro”.