Dalle banche ai furetti

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• (p.z.) “Solo a sentire la radio, ogni mattina, quando annuncia traffico fermo in direzione di Manno… mi sento sollevato. Se penso che io posso venire al lavoro in bici!”. Tira un sospiro di sollievo, Giorgio Morelli, mentre si accinge a raccontare la sua storia, che nella prima parte assomiglia a quella di molti altri.

Lo raggiungiamo in via Cantonale 19 a Stabio dove ha aperto la sua Karambolle, un negozio di articoli e alimenti per animali. Il sole primaverile batte su ciotoline e guinzagli, dando risalto ai mille colori dei prodotti ben allineati negli scaffali. Cucce di ogni tipo (addirittura Morelli ne costruisce di riscaldate o artigianali in legno chiaro da dipingere e personalizzare a piacimento) ma anche libri sugli animali, vestiti (i pigiami per i levrieri!), cibo e prodotti per l’igiene e la sicurezza. Un mondo che non ha nulla a che vedere con gli ambienti asettici della grande banca di Lugano che nel 2011 gli ha dato il “benservito”. Ma cosa è successo?, gli chiediamo. “Lavoravo da 39 anni per quell’istituto bancario di Lugano. A quell’epoca – insieme ad altri 5 – ci occupavamo del supporto informatico per tutta la banca a livello mondiale (quindi anche Giappone ecc.). Nel febbraio del 2011, in Svizzera i tagli dentro la nostra banca furono 120. E noi eravamo fra questi. Ci annunciarono che il nostro lavoro andava in Ungheria, per una questione di costi”.

Il vostro era dunque un profilo professionale specializzato.
“Sì, il nostro gruppo non aveva nulla da imparare se non la necessità ovvia di aggiornarsi rispetto all’evolversi del mercato informatico. Invece chiamarono 20 persone dall’Ungheria e procurarono loro un permesso L per il soggiorno necessario alla formazione. Già in quegli anni era molto richiesta la conoscenza delle lingue dell’Est. Trovando quindi terreno fertile in Svizzera, 8 di loro rimasero nel nostro Paese lasciando perdere la banca”.

E voi invece?
“Avevo 54 anni, i miei colleghi qualcuno di più o qualcuno di meno. Salutammo i muri della banca”.

Perché dice così?
“Perché ormai non avevamo più legami là dentro. La cosa che mi ha colpito di più, lungo il percorso vissuto in banca, è stato il cambiamento totale di mentalità all’interno. Una trasformazione che gli impiegati hanno assorbito a piccole gocce, come essere avvelenati a poco a poco”.

Ci spiega con un esempio?
“Io ho iniziato a lavorare in quella banca nel 1973 come apprendista. Nel ‘79 sono passato ai sistemi informatici della stessa banca. L’ambiente lavorativo era stimolante. Ricordo che nel 1980 se il venerdì sera volevi andare a cena con dei colleghi, non dovevi dirlo forte, altrimenti ti ritrovavi a dover prenotare per gruppi enormi senza trovare più un ristorante con quei posti a disposizione! Il passa-parola fra colleghi era efficacissimo e si stava bene insieme”.

Cosa è cambiato in seguito?
“Hanno iniziato a soffiare i venti di fusioni e ristrutturazioni. La banca vi si è trovata nel mezzo ed ha introdotto le misurazioni delle persone. Volevano capire in quanto tempo realizzavamo un lavoro. Quanto eravamo efficaci. Erano valutazioni personali: ciascuno di noi si sentiva bravo se portava a termine questo o quel compito in tot tempo. Poi, alle valutazioni personali hanno sommato le valutazioni di team (cioè di ogni ufficio) e lì siamo andati in crisi. Non tutti eravamo uguali. In ogni squadra c’è sempre chi produce di più e chi fa più fatica. Loro volevano il massimo dalla persona e dal team. In molti uffici si è iniziato a litigare, si sono sgretolati quegli spiriti di squadra che prima erano tanto proficui. Ognuno ha preso a lavorare per conto proprio, cercando di percepire lo stipendio migliore possibile. Intanto cambiavano le insegne. Se prima leggevamo “Il personale è la risorsa più importante per raggiungere gli obiettivi della banca”. Poi ci siamo accorti che negli slogan, la forza-lavoro era scivolata ben più sotto e in alto figuravano gli obiettivi dell’Istituto di credito”.

A ondate sono seguiti molti altri licenziamenti nella vostra e nelle altre banche. Come è proseguita allora la sua storia?
“Mi sono iscritto alla cassa disoccupazione. Sono andato in mano ad una brava persona che tuttavia non aveva nessun potere rispetto alla ricerca di posti di lavoro. In quel periodo ho constatato quanto fosse forte invece la concorrenza delle ditte private di collocamento rispetto agli uffici pubblici. In un anno di disoccupazione sono riuscito ad ottenere un solo colloquio. Avendo 54 anni, mi spettava un anno e mezzo di indennità e poi sarei dovuto passare all’assistenza come è capitato ad altri miei colleghi”.

E invece?
“Ad un mese dalla fine delle indennità, mi sono deciso ad aprire questa nuova attività. Nel periodo in cui ero rimasto senza lavoro, avevo frequentato diversi corsi promossi dal Cantone fra cui l’ECAP (a Bellinzona) per la creazione di una propria impresa”.

Certo che forse non tutti possono permetterselo…
“La buona uscita che avevo ricevuto dalla banca al momento del licenziamento, mi era stata risucchiata nella misura del 50% in tasse.  In pratica, ho dovuto far capo al mio secondo pilastro”.

Oggi però come si sente?
“Non so qui come andrà. Devo ancora capire bene come mi conviene gestire il negozio (clienti, orari, prodotti,…) ma sento che ho guadagnato moltissimo in qualità di vita, mi sono riappropriato della mia esistenza. Continuo a riincontrare persone che non vedevo da 30 o 40 anni, riallaccio rapporti che non avevo più tempo di avere e… – come dire? – comando io: sarò la disgrazia o la felicità del mio futuro”.

Come si vive il passaggio da uno stipendio bancario (sicuro per quasi 40 anni) all’incognita di entrate commerciali che possono sorprendere o deludere?
“Economicamente è uno sbalzo. D’altra parte o prendi sulle spalle un sacco pesantissimo da cui puoi tirare fuori tutto (la colonna infinita di auto la mattina, gli obblighi, la tensione ma anche lo stipendio!) oppure scegli di volerti sentire più lieve e diventano più leggere anche le tasche. Però devo dire che quando vedi che il cliente torna, incominci a provare delle belle soddisfazioni”.

Come mai ha scelto gli animali ed ha collocato a Stabio il suo negozio?
“Ho sempre avuto una grande passione per gli animali. Fra Ligornetto e Stabio, ci sono moltissime famiglie con cani e gatti. Io propongo prodotti di marca e di tutte le marche, con il 10% di sconto e anche la consegna a domicilio su richiesta”.

Italiano d’origine, vissuto a Mendrisio, poi Rancate e ora a Ligornetto, Morelli si sta facendo svizzero proprio in questi mesi. “Il mio bisnonno abitava a Cevio” ricorda sorridendo. Sull’arteria cantonale che dalla superstrada conduce al Gaggiolo, 150 metri prima della Migros, si trova dunque la sua proposta commerciale per proprietari di furetti, criceti, uccelli, pesci, conigli oltre che cani e gatti. E la sua storia suggerisce che ricominciare daccapo, si può.